Paolo Piccirillo, Zoo col semaforo

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26 gennaio 2011 -  Uomini che sembrano animali e animali che sembrano uomini. È questo lo Zoo col semaforo di Paolo Piccirillo (giovanissimo esordiente campano, classe 1987), romanzo che racconta l’inferno di cuore e istinto, di furia gratuità e generosità, della sua Campania.

È un romanzo che procede per quadri: un racconto di personaggi dolenti come Salvatore, albanese fuggito dalla propria terra che in Italia cerca una vita senza l’assillo della violenza, o Carmine ‘o Schiattamuort’ vedovo che consuma il suo tempo nel dolore per la perdita del figlio adolescente.

Un romanzo con due protagonisti: l’uomo che nella sua crudele animalità guarda la tenebra del proprio cuore. E gli animali, che nella loro dolente umanità raccontano il dolore e la gioia della nostra vita di tutti i giorni tra elemosine d’affetto e oboli di colpa.


È la normalità dell’orrore, perfettamente suggellata dall’immagine attorno a cui ruotano tutte le storie del libro: la tangenziale Anversa-Napoli, una strada dove quotidianamente l’asfalto si mescola con le viscere degli animali investiti, i cadaveri col bitume.

È qui che Carmine si attacca alla vita: resiste cercando di tenerla pulita dalle carcasse, di convivere con la morte per espiare l’infinito orrore della lapida del figlio ucciso da un pitbull su quella stessa strada.

Nel bestiario moderno di Paolo Piccirillo c’è uno sguardo che non fa sconti, l’impossibilità di distoglierlo da un mondo di rabbia, e la voglia di altrove, l’attesa disperata di un evento che tarda ad arrivare. Una voce forte, per un esordio molto promettente.

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