21 settembre 2010 - “Quasi un miliardo di individui nel mondo oggi soffre la fame. L’80 per cento delle risorse di tutto il pianeta è consumato dal 20 per cento dei suoi abitanti. Uno squilibrio che risulta non più sostenibile e che genera tensioni e conflitti. Fuggire verso un luogo più sicuro diventa molto spesso una necessità”. È la riflessione di Laura Boldrini, portavoce dell’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr), intervenuta ieri alla prima giornata di dibattiti della 16a Settimana alfonsiana organizzata dal Centro culturale Segno a Palermo.
Ricordando alcuni fra i più significativi fatti di cronaca, ha quindi posto l’attenzione sulle politiche di respingimento che spesso rimettono in discussione i princìpi fondanti lo stato di diritto: “Non è mandando indietro i migranti senza averne accertata la provenienza che si tutela la nostra identità culturale, sociale e religiosa, ma in questo modo fa passi indietro anche la nostra civiltà”. Questa la duplice chiave di lettura del suo ultimo libro, Tutti indietro, in cui però l’autrice ha voluto anche raccontare un altro volto del nostro paese, quello di un’Italia che non cede al pregiudizio e alla miopia dell’emarginazione.
Ad aprire l’incontro di ieri è stato padre Nino Fasullo, ideatore e organizzatore delle Settimane alfonsiane, che partendo dalla frase di Pietro (“chiunque teme Dio e pratica la giustizia, a qualsiasi popolo appartenga, è a lui gradito”), ha richiamato il messaggio cristiano di apertura verso il prossimo. “Dio non sta soltanto nelle chiese ma innanzitutto fra gli uomini, fra i senza diritti”. Ricordando l’esperienza del Concilio, padre Fasullo ha poi offerto una lettura delle parole di Pietro: come Dio non guarda alla nostra appartenenza religiosa così noi non dobbiamo giudicare gli altri uomini in base alla loro. Le diverse religioni e culture con cui oggi ci confrontiamo non sono una minaccia ma piuttosto un’opportunità per arricchire la nostra esperienza di cristiani.
Proprio sul tema del confronto, Clelia Bartoli, docente di Diritti umani all’università di Palermo, ha ripercorso un caso che ha riguardato la nostra città: la mancata assegnazione a una famiglia rom di un superattico sequestrato alla mafia, contraddicendo il regolamento in vigore. Il fatto di cronaca è diventato uno spunto per riflettere sul fenomeno del razzismo, visto non come semplice e illogica paura del diverso. “Il razzismo ha una sua razionalità, può essere una strategia efficace per perseguire degli scopi, seppur disdicevoli.
La paura sta molto più spesso nelle vittime della discriminazione che non in chi la mette in atto”. Ha quindi accennato alle diverse forme che può prendere il razzismo, da quelle che sfociano nella violenza a quelle, più subdole, che restano nel silenzio. Fra queste quella più pericolosa, il razzismo istituzionale, ovvero la segregazione informale, regole non scritte che creano dei ghetti invisibili in base all’etnia e al ceto sociale.
Gaetano Lettieri, docente di Storia del cristianesimo alla Sapienza di Roma, ha poi aiutato i presenti a contestualizzare storicamente la frase di Pietro, che va oltre il giudaismo e segna un’apertura alle contaminazioni non affatto scontata e di straordinaria attualità: non esiste uomo impuro agli occhi di Dio, si legge in un altro passo degli Atti degli apostoli attribuito a Paolo. Il vero popolo eletto non è più quello ebraico, dunque, ma l’umanità intera: come il pagano si innesta nell’albero giudaico-cristiano, così il “puro” si svuota per accogliere l’impuro.
Questa prospettiva potrebbe guidare oggi l’esercizio dei diritti umani, il cittadino si svuota del suo status per condividere i propri diritti con il prossimo, lo straniero, il reietto, pur riconoscendone la sua potenziale pericolosità. E nelle parole di Gesù, “ama il tuo nemico”, meglio si esprime questo aspetto del messaggio cristiano. Ha chiuso i lavori padre Davide Perdonò, superiore provinciale dei Redentoristi, che ha spiegato, sulla base della propria esperienza, le dinamiche di chi subisce le ingiustizie, spesso costretto a rinnegare, in quanto causa di discriminazione, le proprie origini, come prezzo da pagare per l’integrazione.
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