10 febbraio 2012 -
Di solito ci si aspetta che un imprenditore che si proponga per rilevare impianti e lavoratori di un società dismessa sia solido ed affidabile; ancora di più se, per incentivarlo, gli si affida una mole rilevante di finanziamenti pubblici. In Sicilia, evidentemente, queste regole di ordinario buonsenso non funzionano, neanche se gli impianti in questione sono quelli dell’ex Fiat di Termini Imerese e le maestranze sono composte da uomini e donne che da oltre un anno sono alle prese con incertezze e drammatici dubbi sul futuro del loro posto di lavoro.
A testimoniarlo è lo stato di crisi in cui versa l’azienda molisana dell’imprenditore Di Risio, titolare della DR Motors, la stessa impresa che, con l’aiuto di Stato e Regione dovrebbe ereditare le sorti della produzione automobilistica in Sicilia, rilanciandola ed investendo per produrre auto da esportare in tutto il mondo. E’ di ieri, infatti, la denuncia dei lavoratori della sede centrale dell’azienda che, da Isernia, fanno sapere di non percepire buste paga da ottobre, mentre i magazzini della fabbrica sono tragicamente vuoti a causa del fermo della produzione; una denuncia non smentita dallo stesso Di Risio, ma giustificata con uno stato di disagio contingente, frutto della crisi del settore e dall’impossibilità di accedere al mercato cinese della componentistica per continuare a costruire automobili e dunque dare continuità ad una produzione mai veramente decollata. Insomma, un’azienda in piena crisi, incapace di garantire l’ordinaria gestione e tacciata dagli stessi dipendenti di non mantenere gli impegni contrattuali con l’aggiunta di un velato mobbing, come riferiscono le cronache dei giornali.
In questo allarmante, per non dire tragico, panorama, noi che facciamo? Gli affidiamo un centinaio di milioni di euro di aiuti per riavviare la produzione a Termini, con il legittimo sospetto che dietro l’operazione di ristrutturazione aziendale si nasconda più la necessità di Di Risio di salvare la propria di azienda piuttosto che il futuro di Termini.
Forse sarebbe il caso di rivalutare il progetto industriale, di assumere informazioni sulla solidità del gruppo imprenditoriale, di capire fino a che punto le denunce dei lavoratori sono fondate, prima di concedere anche un solo euro di aiuto pubblico. A Termini, ma soprattutto ai lavoratori esclusi da prepensionamenti, incentivi e mobilità, forse servono garanzie più solide ed efficaci di quelle che l’imprenditore molisano può fornire per immaginare un futuro degno di questo nome; forse al sistema industriale siciliano, già fortemente colpito dalla crisi e dalle scelte dei grandi gruppi nazionali, servono maggiori certezze per immaginare un rilancio vero del settore.
Sicuramente, ancora una volta, non ci stiamo facendo una bella figura, alimentando i luoghi comuni che vogliono la Sicilia incapace di utilizzare opportunità ed aiuti per rilanciarsi ed aggredire con successo almeno una delle mille emergenze.
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