La vicenda del Cefpas non è una semplice controversia amministrativa. È uno di quei fatti che, come spesso accade in Sicilia, finiscono per raccontare qualcosa di più profondo: il rapporto tra il potere, la fedeltà e la libertà di parola.

Per questa ragione fui tra le prime a esprimere solidarietà all’on. Margherita La Rocca Ruvolo quando fu destinataria di espressioni offensive e attacchi che giudicai inaccettabili. Lo feci senza esitazioni, perché il rispetto non è una tessera di partito e la dignità di una persona non dipende dalla collocazione politica.

Eppure oggi, osservando il dibattito che si è acceso attorno al Cefpas, non posso fare a meno di notare un silenzio che pesa.

Ho imparato a mie spese che la vera natura del potere non si manifesta soltanto nelle parole che vengono pronunciate, ma soprattutto in quelle che non vengono dette. Nei silenzi. Nelle omissioni. Nelle indignazioni selettive.

Perché un’offesa è un’offesa sempre. Una mortificazione è una mortificazione sempre. L’indignazione è tale indipendentemente da chi la subisce e da chi la provoca. Se il rispetto delle donne, delle persone e delle istituzioni è un principio, allora deve valere per tutti. Se invece vale soltanto quando conviene, allora non è più un principio: è una convenienza.

Le intercettazioni emerse in questa vicenda, del resto, lasciano poco spazio all’immaginazione. Raccontano un linguaggio e una concezione delle relazioni umane che inquietano prima ancora della loro eventuale rilevanza politica o giudiziaria. Vi si intravede una rappresentazione delle donne ridotte a oggetto di scelta, quasi fossero merci esposte in un catalogo da sfogliare. Una sorta di Postalmarket del potere, dove non si selezionano competenze, meriti o capacità, ma persone da utilizzare secondo logiche che appartengono a una cultura che pensavamo di aver lasciato alle spalle.

Ed è forse questo l’aspetto più grave. Non soltanto ciò che quelle conversazioni dicono, ma ciò che rivelano: una concezione del potere che troppo spesso considera le persone come strumenti e non come individui portatori di dignità.

In Sicilia abbiamo già visto troppe volte la politica trasformarsi in appartenenza cieca. Abbiamo assistito a stagioni in cui la fedeltà agli uomini contava più della fedeltà alle idee. E attorno a figure come Totò Cuffaro si sono consumate pagine che, al di là dei giudizi personali e giudiziari, hanno mostrato quanto sia difficile, nella nostra terra, distinguere il consenso dalla sudditanza e l’amicizia dalla rinuncia al senso critico.

Per questo mi domando: perché l’on. La Rocca Ruvolo non interviene? Perché non sente il dovere di esprimere una posizione pubblica su una vicenda che da settimane alimenta il dibattito politico e istituzionale? Perché tante voci che ieri parlavano con forza oggi sembrano scegliere la prudenza del silenzio?

Sono domande legittime. Domande che i cittadini hanno il diritto di porre.

Non per alimentare polemiche, ma perché la democrazia vive di trasparenza e di assunzione di responsabilità.

Quanto a me, esiste una sola appartenenza alla quale non ho mai rinunciato: quella alla coerenza. E per la coerenza, politicamente e umanamente, sarei disposta a pagare qualsiasi prezzo. Perché la coerenza è l’ultima forma di libertà rimasta a chi non intende piegare le proprie convinzioni alle convenienze del momento.

I principi non cambiano a seconda del nome che portano le persone coinvolte. O valgono sempre, o non valgono mai.

Ed è proprio nei momenti in cui il silenzio diventa più comodo che la politica e le persone, tutte, dovrebbero ritrovare il coraggio della parola.

Luogo: Viale Strasburgo , 518, PALERMO, PALERMO, SICILIA

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