È stato arrestato per scontare un cumulo di pene pari a 3 anni ed 8 mesi di reclusione Piero Amara, 49 anni, avvocato di Augusta, ed ex legale dell’Eni coinvolto nelle inchieste sulla corruzione di giudici e magistrati da parte delle Procure di Siracusa e Roma.

Nel fascicolo denominato Sistema Siracusa, Amara è accusato di aver esercitato pressioni per favorire gruppi imprenditoriali a lui vicini e per farlo si sarebbe servito del pm Giancarlo Longo, che ha patteggiato 5 anni di reclusione e le dimissioni dalla magistratura. Nell’inchiesta della Procura di Roma, avrebbe corrotto giudici del Cga di Palemo, attraverso componenti del Consiglio di Stato, per far accogliere il ricorso del deputato regionale siciliano Pippo Gennuso, che ha di recente parteggiato per traffico di influenze.

L’avvocato Piero Amara è indagato anche nell’ultima indagine della Procura di Milano su presunte attività di depistaggio per condizionare l’inchiesta sul caso Eni-Nigeria. La misura cautelare nei confronti di Amara è stata eseguita dai militari della Guardia di finanza.

 

L’arresto è scattato dopo che la Cassazione lo scorso 4 febbraio ha dichiarato inammissibile il ricorso di Amara, che aveva patteggiato una condanna davanti al Gup di Messina ad un anno e due mesi per l’inchiesta sul Sistema Siracusa. A giugno del 2019 era invece diventata definitiva la condanna a 3 anni emessa dal Gup del tribunale di Roma e arrivata anche questa con un patteggiamento, per le sentenze pilotate al Consiglio di Stato. Avendo però trascorso già 5 mesi e 20 giorni in custodia cautelare, ad Amara restano da scontare, appunto, 3 anni, 8 mesi e 10 giorni. Il giorno dopo la sentenza della Cassazione i suoi legali hanno chiesto di sospendere l’esecuzione della pena, almeno fino alla pronuncia della Corte Costituzionale sulla Spazzacorrotti, e di consentire ad Amara di chiedere da libero di usufruire delle misure alternative al carcere. Una richiesta che è stata respinta proprio in virtù dell’entrata in vigore della nuova legge. “Se l’ordine di esecuzione è stato emesso dopo l’entrata in vigore della legge – scrivono i pm nel provvedimento di esecuzione della pena – il condannato, per eccepirne l’incostituzionalità, deve entrare in carcere e rimanerci fino alla decisione della Consulta”.