Un aumento allarmante della violenza minorile, vuoti normativi che impediscono interventi immediati e una responsabilità genitoriale spesso assente. Il magistrato del Tribunale per i Minorenni di Palermo, Massimo Russo, analizza le cause della baby criminalità e chiede una risposta più incisiva dello Stato, sul piano repressivo e su quello del coinvolgimento delle famiglie. Ecco cosa ci ha detto il magistrato.

Violenza minorile, aumento dei reati a doppia cifra

L’Osservatorio che seguo mi consente di leggere alcuni fenomeni, come quello della delinquenza minorile, che oggi è caratterizzata da una sorta di anarchia criminale. I giovani delinquono, commettono rapine, furti, estorsioni, traffico di stupefacenti, e in questo settore abbiamo registrato un aumento dei reati a doppia cifra. È il segno di un malessere diffuso e, soprattutto, di un’assenza di controllo genitoriale. Quando parliamo di delinquenza minorile dobbiamo immediatamente guardarci allo specchio e chiederci: quali sono le famiglie e i contesti in cui cresce e si sviluppa il delinquente minorile?

Spesso si tratta di famiglie che vivono ai margini della società, in contesti degradati, nei quartieri cosiddetti a rischio, dove non arriva il bello, dove manca il lavoro, i servizi, dove lo Stato ha saputo solo reprimere senza mai sostituire quella presenza con vere iniziative di cittadinanza. Questo è il punto. Ma nella fase che stiamo vivendo dobbiamo affrontare questo enorme problema non solo in chiave preventiva, ma soprattutto repressiva. Faccio un esempio: se sei malato di cancro e vai dall’oncologo, ti aspetti una terapia d’urto; se invece il medico si limita alla solita tiritera sugli stili di vita — “se non avessi fumato”, “se avessi seguito la dieta mediterranea” — senza aiutarti a superare gli effetti del male, lo considereresti un poco di buono. Ecco, noi siamo in questa fase.

Russo, “problema da affrontare sul piano repressivo”

Non possiamo più guardare a un fenomeno incalzante che turba la libertà dei cittadini e la sicurezza pubblica con occhi ideologizzati. La sicurezza pubblica non è né di destra né di sinistra: è il presupposto per l’esercizio delle libertà costituzionali. Parliamo del cittadino che va a lavorare e non trova più il motorino o la macchina perché glieli hanno rubati; del genitore che ha paura di mandare i figli in centro perché rischiano una coltellata, una pistolettata o un colpo di fucile, come purtroppo è accaduto in questi giorni. È un problema serio che va affrontato, in questo momento soprattutto, sul versante repressivo.

L’ordinamento minorile è giustamente fondato sul recupero del minore e sulla sua rieducazione, ma presenta dei vuoti normativi che non consentono di intervenire con la necessaria energia e celerità nei casi di reati gravi, in particolare quelli violenti. Oggi, per esempio, le lesioni commesse da un minore nei confronti di un altro minore non consentono, per il tetto di pena previsto, l’arresto in flagranza né l’adozione di misure cautelari, strumenti che servono anche a tutelare la collettività e a prevenire la reiterazione del reato. A mio avviso, come già avvenuto con il decreto Caivano, bisognerebbe consentire l’arresto in flagranza quando la lesione è manifestazione di violenza e aggressività, soprattutto in presenza di aggravanti come l’azione compiuta da più persone, con volto travisato o con armi o strumenti atti a offendere.

“Alla violenza bisogna rispondere”

Alla violenza bisogna rispondere, altrimenti lo Stato perde credibilità. I cittadini spesso non sanno che, a fronte di un’aggressione fisica, l’arresto in flagranza per un minorenne non è consentito dal codice, mentre per i maggiorenni sì. Così come fino a poco tempo fa non era possibile arrestare in flagranza il minore che resisteva a un pubblico ufficiale: oggi questo è stato corretto, come è stato corretto per il piccolo spaccio, ma resta ancora un grave buco normativo che va colmato per intervenire efficacemente su ogni episodio di violenza.

Detto questo, il solo versante repressivo non basta. Accanto alla responsabilità del minore autore del reato, dobbiamo intervenire sulla responsabilità genitoriale, senza confonderla con una responsabilità penale della famiglia. Qui parliamo della violazione di un dovere costituzionale: quello di educazione e vigilanza che grava sui genitori. Non possiamo pensare che dietro ogni minore ci debba essere sempre un carabiniere o un poliziotto. Le risorse sono carenti, ma è necessario responsabilizzare le famiglie e pretendere che controllino i propri figli.

Se un figlio torna a casa con dei soldi, se lo si vede maneggiare armi, coltelli o tirapugni, se frequenta compagnie poco raccomandabili, il genitore ha il dovere di intervenire, anche denunciando, anche chiedendo l’aiuto dei servizi sociali. Spesso il reato minorile è espressione di un’incapacità genitoriale, se non addirittura di un coinvolgimento diretto della famiglia. Numerose indagini, soprattutto in materia di droga, hanno dimostrato che i genitori spacciano o tagliano la droga in presenza dei figli, arrivando a utilizzarli nello spaccio.

Gli strumenti per intervenire esistono e sono quelli del codice civile, attraverso la verifica della capacità genitoriale, che si misura sull’adeguatezza rispetto ai doveri educativi. Propongo che, davanti a reati gravi contro la persona o il patrimonio, la Procura per i minorenni apra obbligatoriamente un fascicolo civile per valutare e accompagnare l’esercizio della responsabilità genitoriale: ammonimenti, prescrizioni educative, obbligo di collaborazione. Nei casi più gravi, anche la sospensione dei benefici economici destinati ai figli, fino ad arrivare, come extrema ratio, alla sospensione o alla decadenza dalla responsabilità genitoriale.

Russo, “servono assistenti sociali”

Tutto questo dovrebbe condurre a un sistema che responsabilizzi realmente il nucleo familiare. Ma servono risorse: non solo nelle forze di polizia, ma soprattutto negli assistenti sociali. È necessario istituire, presso le Procure per i minorenni e le sezioni di polizia giudiziaria, unità psicosociali composte da assistenti sociali e psicologi, capaci di valutare il contesto familiare, sostenere i genitori e raccordarsi con gli enti territoriali. Oggi, in molti comuni del Palermitano e del distretto, i servizi sociali semplicemente non esistono, e questo rende tutto più difficile.

Repressione, prevenzione, arresto in flagranza e misure cautelari per i reati violenti, insieme a una reale responsabilizzazione dei genitori: solo così possiamo affrontare con serietà e credibilità il fenomeno della violenza minorile.