C’è un’idea di musica che non si esaurisce nella singola canzone, ma che prende forma nel tempo, nella costruzione paziente di un immaginario e in una visione narrativa coerente. I Teatro Euphoria si muovono esattamente in questo spazio: un territorio fatto di tensioni, contrasti e stratificazioni, dove la scrittura dialoga con la teatralità e il suono diventa gesto, racconto, presa di posizione.

Cresciuti in Sicilia ma lontani da ogni folklorismo di superficie, il progetto lavora su un’idea di identità che resta spesso sotterranea, filtrata dal linguaggio, dal tono e da un continuo confronto tra appartenenza e desiderio di altrove. In un panorama musicale sempre più orientato alla velocità e alla semplificazione, i Teatro Euphoria rivendicano il valore dell’attesa, del concept e di un’arte che non chiede il permesso al mercato.


Ne abbiamo parlato con loro, attraversando temi come il rapporto con il territorio, il tempo della creazione, la scena musicale contemporanea e la necessità — oggi più che mai — di restare fedeli a una visione artistica autentica.

La Sicilia è spesso raccontata come un luogo di contrasti forti, sospeso tra bellezza e immobilità. In che modo il territorio in cui siete cresciuti ha influenzato il vostro immaginario sonoro e narrativo, anche quando non è citato esplicitamente nei testi?

La Sicilia per noi non è tanto un luogo da nominare, quanto un clima mentale. È una terra che ti educa al contrasto: bellezza e stasi, ironia e tragedia, accoglienza e rassegnazione convivono senza spiegarsi. Crescerci significa imparare presto a muoversi dentro questa ambiguità, e questo ha inciso profondamente sia sul nostro modo di scrivere che di stare in scena.

Il nostro immaginario nasce da lì: da un rapporto quotidiano con il paradosso, con il peso della storia e con una vitalità che spesso è costretta a travestirsi da sarcasmo o da eccesso. Anche quando la Sicilia non è citata nei testi, è presente nel tono, nella tensione narrativa, nella necessità di trasformare il disagio in racconto e il conflitto in gesto teatrale.

Più che un riferimento estetico, per noi è una responsabilità narrativa: raccontare l’umano senza edulcorarlo, tenendo insieme il grottesco e il lirico. In questo album questa influenza resta sotterranea, filtra nei modi e nelle strutture del racconto; nei lavori futuri, invece, sentiamo l’esigenza di renderla più esplicita, non come dichiarazione identitaria, ma come materia viva, culturale e drammaturgica, da mettere finalmente in primo piano.

(Emanuele L.)


Viviamo una scena musicale che sembra premiare la velocità, la sovraesposizione e l’immediatezza. Il vostro progetto, invece, lavora molto sulla costruzione, sull’attesa e su un’idea quasi teatrale del disco: quanto è una scelta estetica e quanto una presa di posizione?

La nostra è una scelta dettata da quella forza naturale chiamata tempo. Per creare davvero, ci vuole pazienza: come dicevano i latini, la goccia scava la roccia non con la forza, ma con la costanza. Scrivere un brano, pesare le parole, capire cosa si vuole comunicare e scavare dentro se stessi è un lavoro che richiede tempo.

Viviamo in un’epoca che sembra premiare esclusivamente la velocità e la giovinezza. A 32 anni mi sento dire di essere “troppo vecchio” per un mercato becero che rincorre l’algoritmo invece dell’autenticità. Artisti come De André o Branduardi non si curavano dei ritmi frenetici: il loro obiettivo era l’indagine su se stessi e sul mondo. Non possiamo considerarci sbagliati solo perché non aderiamo a un sistema che chiede prodotti usa e getta.

Oggi vige il paradosso per cui, se sei minorenne e veloce, sei un successo; se sei un adulto consapevole, che padroneggia la lingua e la struttura di una canzone, vieni etichettato come un autore nell’ombra o un semplice hobbista. Il piacere di fare musica deve nascere dall’esigenza di farla, non dalle pretese del mercato. Per l’industria sarai sempre un numero, ma per l’arte resti un individuo con qualcosa da dire.


Sentite di far parte di una “scena siciliana” contemporanea o vi riconoscete di più in una rete trasversale, che prescinde dai confini geografici? Che rapporto avete con le altre realtà musicali dell’isola oggi?

Ci sentiamo parte della scena siciliana, ma prendiamo grande ispirazione dal panorama musicale italiano. Ciò a cui aspiriamo è essere fruibili a livello nazionale, valicando un confine che, per fortuna, si supera ancora col traghetto.

L’ispirazione siciliana passa attraverso artisti come i Tinturia, Anna Castiglia e Carmen Consoli, che ci hanno fornito una chiave di lettura chiara della nostra terra e delle orme da seguire per raccontarla, o usarla come linguaggio per narrare le nostre storie. Del resto, la Sicilia è intrinseca nei nostri lavori, anche quando non sentite “minchia mbare”.

(Emanuele L.)


Nei vostri brani si avverte spesso una tensione tra radici e fuga, appartenenza e desiderio di altrove. È un conflitto che sentite anche nel vostro percorso artistico e umano?

Il conflitto fa parte della genesi di ogni artista, il motivo per cui sente in maniera viscerale il bisogno di esprimere un messaggio. Durante il percorso dei Teatro Euphoria ci siamo chiesti molte volte se appartenessimo davvero a questo mondo.

La risposta, però, è che esistiamo in mezzo a tanti artisti, ma anche come artigiani: curiamo ogni dettaglio, non lasciamo nulla al caso. Affrontiamo questo dilemma con la forza che l’arte ci dona e confermiamo di appartenere profondamente a questa terra, che, nonostante tutto, qualche soddisfazione ce l’ha sempre data.

(Gabriele N.)


Guardando all’attuale panorama musicale italiano, quali spazi pensate ci siano oggi per progetti che, come il vostro, mettono al centro il concept, la narrazione e una forte identità artistica invece della singola canzone?

Diciamolo chiaramente: non esiste più un vero panorama musicale, ma un sistema che predilige la semplificazione costante e lo sforzo commerciale. È un mercato che oserei paragonare a un allevamento di oche per il foie gras: si ingozza l’animale, e lo stesso accade alla musica.

Questo sistema non ci permette di entrare — e forse dovremmo ringraziarlo — ma soprattutto ci evita. Non perché siamo scomodi, ma perché oggi fare musica richiede compromessi inaccettabili. Non esiste meritocrazia: si definisce “punk” ciò che è puro pop, “rock” una voce priva di quell’energia.

Il fenomeno delle tribute band è emblematico: musicisti che rinunciano alla propria identità per appendersi alla carriera altrui. Provo pena per la musica, ma ancora di più per chi ha smesso di cercare un briciolo di inventiva.

Non lo dico per posa ribelle, ma perché l’economia musicale non sente l’urgenza della novità, solo quella della compravendita. Se qualcuno volesse davvero i Teatro Euphoria, perché non ci cerca? Forse perché nel 2026 apparteniamo a una cultura che evita i temi cruciali per rifugiarsi nell’eterna ripetizione dello stesso argomento: l’amore, l’amore e ancora l’amore.

(Eugenio S.)

Questo contenuto è stato disposto da un utente della community di BlogSicilia, collaboratore, ufficio stampa, giornalista, editor o lettore del nostro giornale. Il responsabile della pubblicazione è esclusivamente il suo autore. Se hai richieste di approfondimento o di rettifica ed ogni altra osservazione su questo contenuto non esitare a contattare la redazione o il nostro community manager.