Nei giorni scorsi mi sono trovato in via Amendola, davanti all’ex mercato del pesce. Tutto chiuso. E a quel punto mi sono chiesto che senso abbia avuto inaugurare un “mercato del pesce” che mercato del pesce non è più, per poi lasciarlo chiuso, arrivando persino a celebrarne la riapertura sul sito ufficiale del Comune con un’affermazione che considero falsa: “l’antico mercato del pesce ha riaperto i battenti”.
Consultando l’albo pretorio ho ricostruito le fasi che hanno portato l’Amministrazione ad affidare quel bene comunale, per sei anni, a una ditta di Cerda per la vendita e somministrazione di alimenti e bevande legati al pescato locale. Una scelta che, nei fatti, trasforma quello spazio in locali di ristorazione.
La curiosità mi ha spinto ad andare più indietro nel tempo. Dai documenti richiesti agli uffici comunali emerge una storia molto diversa. Nel marzo del 2010, sotto l’amministrazione Guercio, il Consiglio comunale avviò l’iter per concedere quei locali alla Fondazione Mandralisca, con l’obiettivo di realizzare il Museo del Cinema: un progetto culturale di ampio respiro, pensato per valorizzare la figura del professor Di Francesca e il rapporto tra Cefalù e il cinema, anche con il coinvolgimento di personalità come Giuseppe Tornatore.
In Consiglio si sviluppò un confronto serio e partecipato. Furono presentati 14 emendamenti alla convenzione, molti dei quali puntavano a escludere attività commerciali a fini di lucro, a garantire spazi gratuiti alle associazioni cefaludesi e a prevedere un concorso di idee per una reale valorizzazione del sito. Si parlava di un progetto capace di dare alla città un “respiro internazionale”.
Ed è qui che emerge l’incoerenza più evidente: chi oggi siede all’interno dell’Amministrazione comunale, all’epoca era consigliere comunale e sosteneva apertamente l’idea del Museo del Cinema. Quelle posizioni sono agli atti del Consiglio. Oggi, però, le stesse persone avallano una scelta diametralmente opposta, senza alcuna spiegazione pubblica sul perché si sia abbandonata una visione culturale condivisa per anni.
Quindici anni dopo, di quella visione non resta nulla. Altro che Museo del Cinema, altro che spazi culturali aperti alla città, altro che esclusione di attività commerciali. Oggi ci si accontenta di “spazi per la vendita del pescato locale e per la valorizzazione della tradizione marinara”, che in concreto significa tavolini e ristorazione.
Sì è vero nelle casse comunali, per sei anni, entreranno 50.160 euro, come canone d’affitto. Ma non sarà certo questo canone a dare a Cefalù quel respiro internazionale che avrebbe potuto garantire un progetto culturale serio, condiviso e coerente con quanto la città aveva discusso e immaginato per anni.
Alla faccia della coerenza.
Pasqualino Turdo



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