Non si arriva a Oliveri per caso. Oliveri si sceglie.

È uno dei pochi paesi della costa tirrenica siciliana a non essere attraversato da una strada statale o provinciale: una condizione che, anziché isolarlo, lo ha protetto. Qui il tempo rallenta, lo sguardo si allarga, i passi diventano più leggeri. Ed è proprio in questa dimensione raccolta, pianeggiante, percorribile a piedi o in bicicletta, che l’idea di Ecomuseo trova la sua forma più autentica.

Oliveri è un antico borgo adagiato ai piedi del promontorio di Tindari, dominato dal santuario della Madonna Nera, raggiungibile attraverso un vecchio sentiero che si arrampica sulla montagna. Un percorso molto amato dagli escursionisti, capace di riconciliare con la natura e con se stessi. Di fronte, la spiaggia guarda le Isole Eolie; alle spalle, la Riserva Naturale di Marinello, di cui Oliveri rappresenta l’unico accesso via terra. Un privilegio geografico che si trasforma in responsabilità culturale.

Negli ultimi anni Oliveri è diventato un museo a cielo aperto. Che piaccia o no, incuriosisce. Emozione, stupore, consenso e critica convivono: ed è proprio questo il segno che l’arte è viva. Le opere non sono confinate in sale chiuse, ma dialogano con le strade, le piazze, il mare, le case e le storie della comunità.


Qui la bellezza non è decorazione, ma racconto. Racconto di una terra segnata dal lavoro di contadini e pescatori, dalla pesca del tonno, dalle tonnare, dai canti, dalle preghiere e dai silenzi. Radici profonde che riaffiorano nelle installazioni artistiche disseminate nel paese.

Come “Il Rais”, una rete metallica che raffigura un tonno nel tentativo di sfuggire alla mattanza: un’opera trasparente, attraversata dalla luce, viva nel mutare delle ore. O “Il Tonnaroto”, in ferro battuto secondo un’antica tecnica oggi scomparsa, che cattura l’attimo drammatico dell’arpionamento del tonno. O ancora “Tonno di Linus”, una sagoma in ferro nata dal lavoro di un fabbro e di volontari innamorati del proprio paese, capace di trasformare un muretto fatiscente in un’onda simbolica.

A Oliveri l’arte nasce spesso dall’incontro. “Merletto”, un palazzo di tre piani trasformato in un gigantesco ricamo siciliano, prende vita dalla relazione con la signora Maria, custode di un sapere antico. “Sogno di Donna Villa”, un grande murale, rievoca una leggenda oscura che parla di paure arcaiche e di mare. La Casa Forca, avvolta nel mistero, oscilla tra memoria di giustizia e luogo di mercato, come spesso accade nei borghi in cui la storia non è mai univoca.


Il “Muro dell’Identità” e il “Muro della Sicilianità” raccontano la vita quotidiana attraverso piastrelle di ceramica decorate a mano: proverbi, scene di vita reale, volti e gesti che restituiscono dignità al vissuto collettivo. La scritta “Oliveri”, lunga dieci metri, accoglie i visitatori come un manifesto: ogni lettera racconta un frammento di storia.

Tra le opere più dense di significato civile e umano, il murale dedicato a Peppino Impastato e a sua madre Felicia occupa un posto speciale nell’ecomuseo a cielo aperto di Oliveri. Ovunque oggi si incontrano immagini di Peppino, simbolo universale della lotta alla mafia. Ma senza Felicia, madre coraggiosa e ostinata, quella storia non sarebbe mai diventata coscienza collettiva.

L’opera ritrae Peppino sullo sfondo, mentre in primo piano Felicia lo cerca, affacciata a una finestra: uno sguardo che attraversa il tempo, la paura, il dolore. È un’immagine potente e intima, che restituisce il senso dell’attesa e della resistenza silenziosa. Il murale è inserito all’interno di uno spazio verde curato da cittadine volontarie: un dettaglio tutt’altro che secondario, perché la memoria, qui, non è lasciata sola, ma custodita e condivisa.

A Oliveri, Peppino e Felicia non sono icone statiche, ma presenze vigili. Ricordano che la bellezza non è solo forma, ma anche scelta etica, responsabilità e coraggio quotidiano.


Tra i progetti più suggestivi spicca il Museo Anfibio “Pietre e Parole – Nino Sottile”, un unicum nel panorama culturale siciliano. Dodici sculture in pietra arenaria, realizzate dall’artista oliverese Nino Sottile e donate idealmente alla comunità dalla sua famiglia, uniscono terra e mare. Otto opere sono collocate in una piazzetta del paese, quattro riposano sul fondale della baia di Marinello, a pochi metri di profondità, facilmente raggiungibili anche in apnea.

Volti che mescolano maschile e femminile, tradizione e provocazione, parlano di emancipazione, fragilità, inquietudine. Sono pietre che raccontano l’anima umana, immerse nel silenzio del mare o nella quotidianità del paese.

Oliveri non guarda solo al passato. Opere come “I figli del sole”, pannelli fotovoltaici che diventano volti di donne e uomini del paese, dimostrano come arte e sostenibilità possano convivere. Ogni pannello è una storia, ogni storia un messaggio di speranza. Un progetto europeo che trasforma l’energia in narrazione.


Anche “I Dioscuri”, installazione in acciaio inox e corten, lega mito e identità: Castore e Polluce, protettori dei marinai, richiamano le radici antiche di Tindari e invitano a riflettere sulla duplicità dell’essere umano, corpo e anima, materia e spirito.

Dietro questa trasformazione c’è una visione politica e culturale chiara. Il sindaco Francesco Iarrera ha fatto della bellezza un principio attivo di governo: non solo estetica, ma cura, rispetto, armonia con l’ambiente. Un’idea di bellezza che migliora la qualità della vita, educa lo sguardo, rafforza il senso di appartenenza e rende un piccolo comune un’oasi di pace.

Oliveri non è Fiumara d’Arte, non è Gibellina. Ma non vuole esserlo. Ha però una visione lungimirante, capace di trasformare un piccolo centro in un esempio possibile, replicabile, umano.


Le parole di Peppino Impastato risuonano come un manifesto morale:

«Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà».

Oliveri sembra aver raccolto questa eredità. In un tempo segnato da guerre, sofferenze e smarrimento, questo piccolo paese siciliano dimostra che la bellezza può essere una forma di resistenza. Un atto politico, culturale e umano.

Un museo a cielo aperto, sì. Ma soprattutto un luogo in cui l’arte non è fine a se stessa: è un gesto d’amore verso il territorio, un invito a rallentare, a osservare, a sentire.

E forse, a sperare.

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