La Sicilia è stata duramente colpita dall’uragano Harry, che ha provocato danni gravissimi lungo le coste e nelle aree più fragili dell’Isola, aggravando ulteriormente la tragedia che sta vivendo Niscemi. Di fronte a un’emergenza di tale portata, ciò che colpisce quasi quanto la devastazione è il silenzio assordante di molti rappresentanti eletti proprio in Sicilia.

Il caso più emblematico è quello del senatore Carlo Calenda. Presente in Sicilia a ogni campagna elettorale ed eletto anche grazie ai voti dei siciliani, non ha mai perso occasione per attaccare lo Statuto speciale della Regione, arrivando perfino a ipotizzarne il commissariamento.

Eppure oggi, mentre la Sicilia affronta una calamità reale e drammatica, il suo silenzio è totale.


Fatta eccezione per la consueta capacità di critica che ci viene riservata, in un momento così tragico ci saremmo francamente potuti risparmiare certe dichiarazioni.

Il segretario di Azione, Carlo Calenda, ha scritto su X: «Oltre a esprimere solidarietà e vicinanza a chi sta vivendo da giorni nella paura per via del maltempo in Sicilia, dobbiamo fare una profonda riflessione su cosa non funziona in Italia, e in particolare in questa regione».


Chi lo ha votato si sarebbe legittimamente aspettato una presa di posizione forte, una battaglia politica per il riconoscimento dello stato di calamità, o quantomeno un gesto pubblico di vicinanza verso una terra duramente colpita. Nulla di tutto questo. Evidentemente, fuori dai periodi di campagna elettorale, la Sicilia smette di essere una priorità: non vale una visita, né una dichiarazione incisiva, né un impegno concreto.

La verità è che la vera calamità non è soltanto l’uragano, ma l’ipocrisia di chi utilizza la Sicilia come bacino elettorale per poi dimenticarla una volta seduto a Roma. Figure che avrebbero dovuto fare di tutto, tranne che rappresentare la Sicilia al Senato o alla Camera.

Stefano Cirillo 

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