“Catania resta tra i capoluoghi d’Italia dove la Tari pesa maggiormente. Rispetto alla media del Paese, qui i cittadini pagano 133 euro in più. Per ricevere cosa?!”
Enza Meli, segretaria generale della Uil di Catania, commenta i dati dell’Indagine conoscitiva nazionale Uil sulla Tari che è stata diffusa oggi a cura del Servizio Politiche Fiscali e Previdenziali, diretto dal segretario confederale Santo Biondo.
Nel dettaglio, a Catania l’importo della Tassa rifiuti 2025 ammonta a 483 euro contro i 350 del costo medio in Italia. Fra le città metropolitane colpite di più dal “caro-Tari”, è la quarta. Fanno peggio soltanto Genova, Napoli e Reggio Calabria. Decisamente meglio Palermo, 373 euro, e Messina, 315.
Enza Meli esclama: “Non è solo la qualità del servizio e la stangata in bolletta che dovrebbero preoccupare e far correre ai ripari. Se consideriamo il reddito familiare, infatti, la Tari rappresenta un macigno più per i catanesi che per i cittadini di moltissimi altri capoluoghi dove opportunità di lavoro e di guadagno sono superiori. Oltre al danno, poi, la beffa costituita dagli aumenti di una tassa passata dai 403 euro degli anni 2020-2021, ai 475 nel 2022-2023-2024, ai 483 attuali”.
“Noi non vogliamo puntare il dito su nessuno, ma qualcosa va fatto – aggiunge Enza Meli – Offrire un servizio di raccolta adeguato al salasso e indicare tempi certi per la riduzione del carico fiscale Tari, a noi sembra un atto dovuto. Anche questo, peraltro, potrebbe essere uno dei temi di quel confronto sui fatti che continuiamo a sollecitare al sindaco di Catania e della Città Metropolitana”.
Enza Meli, infine, sottolinea “quanto sia vera e calzante soprattutto a Catania l’analisi fatta dal segretario confederale Uil Santo Biondo alla luce dell’Indagine conoscitiva”. Biondo ha, fra l’altro, denunciato come “una tassa concepita per coprire i costi di raccolta e smaltimento si sia trasformata in un prelievo, sempre più gravoso, scollegato dal principio di equità fiscale e dai livelli reali di servizio offerti”. “In particolare – ha continuato Biondo – le forti differenze tariffarie tra territori sono il risultato di scelte politiche sbagliate e di un sistema di gestione dei rifiuti frammentato e diseguale. Ad esempio, in molte aree, come il Mezzogiorno ma non solo, la cronica carenza di impianti di trattamento e riciclo costringe i Comuni a trasferire i rifiuti fuori territorio, generando extracosti nelle bollette di famiglie e imprese. In questo contesto, il Pnrr poteva essere un’occasione storica, ma lo stato di attuazione delle misure è ancora disomogeneo e, in molti casi, preoccupantemente lento. In tali condizioni, nessuna riforma tariffaria potrà produrre effetti reali sulla riduzione della Tari. Occorrono politiche pubbliche di lungo periodo, investimenti strutturali e una governance trasparente e partecipata”. “La gestione dei rifiuti – ha concluso il segretario nazionale Uil – non può continuare ad essere un’emergenza pagata soprattutto da chi ha meno e chiede, legittimamente bollette più eque, servizi migliori e un sistema ambientale davvero sostenibile e giusto”.

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