Trentanove anni fa (si 39, non è un errore) nel primo anniversario della storica sentenza del Maxi Processo (sentenza pronunciata il 16 dicembre 1987, evento a cui mi riferisco nel dicembre 1988) ebbi la fortuna di intervistare Alfonso Giordano, il Presidente della Corte di quello storico dibattimento. Al suo fianco, come giudice a latere, Giordano aveva Pietro Grasso, solo per fare un nome noto anche oggi. Gli feci una domanda banale, ma che alla fine banale non risultò essere: “Ma voi avete mai avuto paura?”
La risposta che sorprende
La risposta che Giordano mi diede mi lasciò sorpreso al punto tale che partendo da quella risposta montai un intero capitolo del documentario da un’ora che realizzammo sul Maxi Processo. Un capitolo che si intitolò proprio: “La Paura”. Ma lui, sereno in volto e determinato, mi rispose pacato, come nel suo stile “Io non ho mai avuto paura”.
E’ questo il mio ricordo da cronista di quei giorni, di quegli anni. Sì, per una volta scelgo di raccontare in prima persona quello che l’allora giovane cronista, visse non solo da giornalista, ma da cittadino. E in prima persona voglio condividere un pezzo di quella storia di cui sono stato testimone.
Il gelo in Aula Bunker
Il ricordo degli esseri umani è fatto di eventi spot che ritornano in mente, di sensazioni, di odori. Questo è quello che voglio raccontare oggi. Non la storia che raccontano in tanti meglio di me. Ma l’umore, le sensazioni di quei giorni, di quei mesi, di quegli anni.
E il primo ricordo che torna è il gelo che calò in quella insolitamente verde Aula Bunker, quando Michele Greco, il “Papa” di Cosa Nostra, da dietro la gabbia dove era rinchiuso (sì, gabbia, perché questa era la sensazione: animali in gabbia) disse semplicemente ad Alfonso Giordano: “Signor Presidente, vi auguro la pace”. La frase è celebre. Greco la disse quando la corte si stava ritirando per emettere la sentenza. I giurati rimasero in Camera di Consiglio 36 giorni (c’è chi sostiene fossero 35 contando le ore, ma la mia memoria dice 36) prima di pronunciarsi su ben 470 (circa) imputati.
Una frase sinistra e minacciosa, ma che non sortì alcun effetto su Giordano. Lo sortì, invece, fra avvocati, procuratori, cronisti. Ricordo la sensazione di gelo che mi attraversò la schiena.
Michele Greco e la raggelante mitezza
E tutto questo porta i miei ricordi altrove. Proprio a casa di Michele Greco. Si, perché, nonostante l’ergastolo che gli fu comminato in quella sentenza, a febbraio del 1991, poco più di tre anni dopo, Greco fu scarcerato pe decorrenza dei termini essendo in attesa della sentenza d’appello. Ricordo come fosse ieri la sua uscita dal carcere dell’Ucciardone, giornalisti e telecamere schierati dal lato opposto della strada, il suo passare dalla porta di ferro che gli si chiude alle spalle. Lo sguardo verso di noi con gli occhi coperti con una mano dal riverbero del sole e poi quella stessa mano che fa un gesto tipico siciliano, roteando come a dire: “Minchia è chi fu” (Ma cosa è successo per portarvi tutti qua).
Greco, in seguito, ebbi modo di incontrarlo in casa sua, a Croce Verde Giardini. E lì, ancora una volta, mi mostrò la sua raggelante mitezza. Ricordo alcune frasi che poi finirono anche in ampi servizi Rai. Cose del tipo “Mi accusano di mafiare, ma cos’è questo mafiare. La mafia non esiste” oppure come “io sono un agricoltore, faccio mandarini”.
E in realtà proprio lì, a Ciaculli, è nato il mandarino tardivo. E nelle tenute di Casa Greco di tardivo ce ne era tanto.
Il clima degli anni ’80
Ma tornando al Maxi Processo e lasciando Michele Greco alla storia (Perché nel bene o certamente più nel male della storia di quegli anni fa parte ed è stato protagonista) tralascerò le emozioni da cronista, quelle professionali, per raccontare del clima di strada. Chi guarda, oggi, l’aula bunker dall’esterno non si rende conto di come quella struttura fu concepita.
C’è un corridoio esterno fra due alte inferriate prima di arrivare alla struttura. Dunque una inferriata esterna, uno spazio percorribile, una seconda inferriata interna, un ulteriore spazio e poi la struttura vera e propria del Bunker.
Lungo quel corridoio “passeggiava” un blindato con guardie armate all’interno. Uno scenario da guerra accanto al quale le auto transitavano tutto il giorno, tutti i giorni. Ma anche in città le auto con le sirene sfrecciavano dalla mattina alla sera (oggi è davvero poca cosa), i mezzi militari pattugliavano non solo quell’area.
I palermitani fra orgoglio e paura
Palermo era al centro dell’attenzione mondiale, non solo italiana e il palermitano era interdetto fra l’orgoglio di essere non più mafioso, ma protagonista dell’antimafia e la paura di un attentato, di un evento drammatico.
Una sensazione che durò per tutta la fase preparatoria del processo e per le prime udienze. Forse, più o meno, per il primo mese. Poi, anche il blindato che faceva su e giù divenne una parte della quotidianità e passare per strada accanto alla ringhiera del Bunker cominciò a non fare più effetto.
La reazione di Cosa Nostra arrivò anni dopo perché mentre i capi storici affrontavano il processo, una nuova classe mafiosa si faceva strada con gli omicidi in periferia, con l’eliminazione degli uomini storici che lo Stato non aveva potuto ancora portare alla sbarra o che avevano scontato le loro pene.
In quegli anni crescevano i Corleonesi di Riina, Brusca e Provenzano. Ma quello è un altro pezzo di storia che vale la pena di raccontare a parte.






Commenta con Facebook