C’è chi al Festival di Sanremo arriva con la ballata struggente, chi con il tormentone radiofonico. E poi c’è Tony Pitony, siracusano, che si presenta mascherato da Elvis di provincia, canta jazz con l’aria di chi sta prendendo in giro tutti — e alla fine si prende la scena.
La vittoria a Sanremo
Il suo nome è rimbalzato ovunque durante l’edizione 2026 del Festival: autore della sigla del FantaSanremo, protagonista della serata cover accanto a Ditonellapiaga, con una travolgente versione di “The Lady Is a Tramp” (resa celebre da Frank Sinatra), capace di conquistare pubblico e critica. Una performance elegante e teatrale che ha zittito molti detrattori e acceso i riflettori su un talento vocale che, sotto la maschera, è tutt’altro che caricaturale.
Da Siracusa al popolo del web
Tony Pitony — all’anagrafe, secondo diverse ricostruzioni, Ettore Ballarino — è nato a Siracusa nel 1996. Sicilia barocca, sole abbagliante, ironia tagliente: nel suo personaggio c’è un po’ di tutto questo. Formazione tra Italia e Londra, anima da attore prima ancora che da cantante, Pitony ha costruito la sua popolarità a colpi di video virali, testi irriverenti e un’estetica volutamente sopra le righe.
In pochissimo tempo si è conquistato il popolo del web, soprattutto i più giovani, che ne hanno fatto un idolo di nicchia diventato mainstream quasi per dispetto. Le sue canzoni — un mix di soul, blues, elettronica e “trash d’autore” — rimbalzano tra Spotify, Instagram e meme, alimentando un culto digitale che Sanremo ha definitivamente consacrato.
Il look: un Elvis decadente tra kitsch e teatro
La sua cifra stilistica è inconfondibile. Tony Pitony è il “finto Elvis”: ciuffo esagerato, abiti rétro, movenze da crooner anni Cinquanta e, soprattutto, una maschera che ne cela il volto. Non un semplice travestimento, ma un manifesto artistico.
La maschera è barriera e provocazione. È anonimato e personaggio. È la possibilità di dire tutto, o quasi, senza chiedere scusa. Lui stesso l’ha definita una “maschera della mediocrità”, un modo per smontare le regole del pop patinato giocando con l’eccesso. Il risultato? Un cortocircuito tra sacro e profano, eleganza jazz e battuta da bar, teatro e tormentone.
Le polemiche: parodia o sessismo?
Se il talento vocale ha convinto anche i più scettici, non si può dire che il suo repertorio sia passato indenne al vaglio critico. Alcuni brani del periodo “web”, come il discusso “Mi piacciono le nere”, sono stati accusati di linguaggio esplicito e contenuti sessisti.
Diverse testate hanno acceso il dibattito: provocazione satirica o maschilismo mascherato da ironia? È il confine sottile su cui cammina Pitony. C’è chi lo accosta alla tradizione dissacrante di Elio e le Storie Tese, leggendo nei suoi testi una parodia dei cliché machisti della musica contemporanea. Altri, invece, vedono nelle sue liriche una leggerezza pericolosa, soprattutto in un contesto popolare come Sanremo.
Eppure, sul palco dell’Ariston, la narrazione è cambiata. La performance con Ditonellapiaga ha mostrato un artista capace di ironia e raffinatezza, più crooner che provocatore, più interprete che troll musicale. E il pubblico, si sa, quando si diverte perdona molto.
Il personaggio che divide (e funziona)
Tony Pitony è un esperimento riuscito di spettacolo contemporaneo: identità fluida, strategia digitale, teatro e musica che si fondono. Divide, irrita, entusiasma. Ma soprattutto fa parlare di sé. E in un’epoca in cui l’attenzione è la vera moneta, non è poco.
Da Siracusa all’Ariston, passando per il web, il “finto Elvis” ha dimostrato che dietro la maschera c’è un progetto preciso. Che lo si ami o lo si critichi, il caso Pitony è appena cominciato.






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