Il prezzo del petrolio ha superato nuovamente la soglia dei 100 dollari al barile nelle contrattazioni internazionali di oggi, 9 marzo, con il Brent arrivato a sfiorare i 119 dollari durante le prime ore dei mercati asiatici. La causa immediata è ovviamente l’escalation militare in Iran e la conseguente paralisi dello Stretto di Hormuz, corridoio marittimo attraverso cui transita circa il 20% del commercio mondiale di petrolio. Per consumatori e imprese il risultato è diretto: energia più cara, mercati finanziari in tensione e timori di un nuovo ciclo inflazionistico globale.
Il Brent, riferimento per il mercato europeo, è salito di quasi il 19% in poche sedute, passando dai circa 90 dollari registrati venerdì scorso a valori oltre i 110 dollari al barile nelle contrattazioni di lunedì mattina. Il benchmark statunitense West Texas Intermediate (WTI) ha seguito lo stesso percorso, superando la soglia psicologica dei 100 dollari e toccando livelli che non si vedevano dal 2022.
Prima dell’inizio del conflitto il greggio oscillava attorno ai 70 dollari al barile.
Lo Stretto di Hormuz paralizzato: perché il mercato reagisce
La tensione nasce dalle operazioni militari tra Iran, Stati Uniti e Israele e dagli attacchi contro infrastrutture energetiche nella regione. Il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, passaggio strategico tra Iran e Oman largo appena 34 chilometri nel punto più stretto, si è drasticamente ridotto e molte petroliere hanno sospeso la navigazione per ragioni di sicurezza.
In condizioni normali, attraverso questo tratto di mare transitano circa 18-20 milioni di barili di petrolio al giorno, pari a quasi un quinto dei flussi globali. Qualsiasi interruzione si traduce immediatamente in una tensione sui prezzi internazionali.
L’attuale crisi sta producendo una dinamica tipica delle guerre energetiche:
- riduzione delle spedizioni;
- timori sulle scorte disponibili;
- speculazione sui futures petroliferi.
Il risultato è stato un aumento dei prezzi di circa il 30% dall’inizio delle ostilità, uno dei balzi più rapidi registrati negli ultimi sei anni.
Attacchi alle infrastrutture energetiche e mercati in panico
La situazione si è aggravata dopo gli attacchi israeliani contro depositi di carburante e infrastrutture energetiche iraniane. Le notizie provenienti dalla regione hanno alimentato il timore che l’intero sistema di produzione e trasporto del greggio nel Golfo Persico possa essere coinvolto.
Anche i prodotti raffinati stanno registrando rincari:
- gasolio ai livelli più alti dal novembre 2022;
- benzina ai massimi da metà 2024;
- aumento dei carburanti alla pompa in diversi Paesi europei.
In Italia i prezzi medi rilevati su circa 20 mila distributori indicano una benzina self service a 1,782 euro al litro e un diesel a 1,965 euro, con incrementi giornalieri che in alcuni casi superano i 9 centesimi al litro.
L’impatto sui mercati finanziari globali
Il rialzo del petrolio non riguarda solo il settore energetico. I mercati azionari stanno reagendo con forti vendite.
Nei primi giorni del conflitto l’indice Stoxx Europe 600 ha perso circa il 5,55%, bruciando 918 miliardi di euro di capitalizzazione. Se si includono anche le perdite registrate a Wall Street, il valore evaporato supera i 2.000 miliardi di euro.
Il Nasdaq ha ceduto circa l’1,2%, mentre diverse borse asiatiche hanno registrato cali ancora più marcati.
Gli investitori temono un effetto domino sull’economia globale. Il petrolio rappresenta infatti un costo diretto per:
- trasporti;
- industria manifatturiera;
- agricoltura;
- logistica globale
Quando il greggio supera stabilmente i 100 dollari, l’impatto sull’inflazione tende a diventare significativo.
Il G7 valuta il rilascio delle riserve strategiche
La situazione è diventata abbastanza grave da spingere i ministri delle Finanze del G7 a convocare una riunione straordinaria per valutare un intervento coordinato.
Secondo anticipazioni pubblicate dal Financial Times, i governi stanno discutendo il rilascio di 300-400 milioni di barili di petrolio dalle riserve strategiche, pari a circa il 25-30% delle scorte disponibili dei Paesi membri dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA).
Il sistema di riserve d’emergenza esiste dal 1974, quando l’embargo petrolifero arabo provocò una grave crisi energetica nei Paesi occidentali. Da allora gli Stati membri dell’IEA hanno utilizzato questo strumento cinque volte, le più recenti nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina.
La decisione attuale avrebbe lo stesso obiettivo: aumentare temporaneamente l’offerta sul mercato per contenere i prezzi.
I Paesi più esposti allo shock petrolifero
L’aumento del greggio colpisce soprattutto i grandi importatori di energia.
Tra i Paesi più esposti figurano:
- Cina
- India
- Giappone
- Corea del Sud
- Germania, Italia e Spagna
Queste economie dipendono fortemente dalle importazioni di petrolio e gas provenienti dal Golfo Persico. Un blocco prolungato delle rotte marittime potrebbe quindi incidere su inflazione, crescita economica e stabilità dei mercati finanziari.
Negli Stati Uniti l’impatto è già visibile: il prezzo medio della benzina è salito a 3,45 dollari al gallone, contro 2,98 dollari della settimana precedente.
FAQ
Perché il petrolio è salito sopra i 100 dollari?
L’aumento è legato alla guerra in Iran e alla paralisi dello Stretto di Hormuz, da cui transita circa il 20% del petrolio mondiale.
Quanto è aumentato il prezzo dall’inizio del conflitto?
Circa il 30% in poco più di una settimana, con il Brent passato da circa 70 a oltre 110 dollari al barile.
Perché il G7 discute le riserve strategiche?
Per immettere petrolio sul mercato e compensare temporaneamente la riduzione delle esportazioni dal Golfo Persico.
Cosa succede se il blocco dello Stretto di Hormuz continua?
Gli analisti prevedono ulteriori aumenti del greggio e un possibile impatto sull’inflazione globale.






Commenta con Facebook