La richiesta del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di creare una coalizione internazionale per proteggere lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% dell’energia mondiale, non ha trovato affatto immediate adesioni tra alcuni dei principali alleati di Washington.

Giappone e Australia hanno chiarito che non prevedono l’invio di navi militari nel Medio Oriente per scortare le petroliere lungo questa rotta strategica, proprio mentre il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran entra nella sua terza settimana e continua a scuotere i mercati energetici globali.

Ieri, domenica 16 marzo, Trump ha sostenuto che i Paesi che dipendono fortemente dal petrolio proveniente dal Golfo dovrebbero contribuire alla sicurezza del passaggio marittimo.

Il presidente americano ha dichiarato ai giornalisti a bordo dell’Air Force One, durante il volo dalla Florida a Washington: “Sto chiedendo che questi Paesi intervengano e proteggano il loro stesso territorio perché è il loro territorio. È il luogo da cui ottengono la loro energia”.

La risposta prudente degli alleati indo-pacifici

Tra i primi governi a reagire alle richieste statunitensi ci sono stati Giappone e Australia, due partner strategici degli Stati Uniti nell’area indo-pacifica.

La premier giapponese Sanae Takaichi, politicamente vicina a Trump, ha spiegato in Parlamento che Tokyo non ha intenzione di inviare unità navali nella regione. Il Giappone importa dal Medio Oriente circa il 95% del proprio petrolio, ma la costituzione pacifista del Paese limita l’impiego militare all’estero.

La leader ha dichiarato: “Non abbiamo preso alcuna decisione sull’invio di navi di scorta. Continuiamo a valutare cosa il Giappone possa fare autonomamente e cosa sia possibile nel quadro legale esistente”.

Anche l’Australia ha assunto una posizione simile.

La ministra del governo guidato dal premier Anthony Albanese, Catherine King, ha spiegato alla televisione pubblica ABC che Canberra non ha ricevuto una richiesta formale e non parteciperà alla missione navale: “Sappiamo quanto sia incredibilmente importante, ma non è qualcosa che ci è stato chiesto o a cui stiamo contribuendo”.

Mercati energetici e tensioni globali

Le tensioni nel Golfo Persico hanno immediatamente influenzato i mercati finanziari asiatici.

Il prezzo del petrolio Brent è salito di oltre l’1% superando i 104,50 dollari al barile, mentre molte borse della regione hanno registrato cali a causa delle preoccupazioni legate alla sicurezza degli impianti energetici in Medio Oriente.

Pressioni su Cina ed Europa

Trump ha spiegato che l’amministrazione americana ha già contattato sette Paesi, senza però rivelarne i nomi.

In un messaggio pubblicato nel fine settimana sui social media ha indicato tra i possibili partecipanti Cina, Francia, Giappone, Corea del Sud e Regno Unito.

In un’intervista al Financial Times ha anche affermato di aspettarsi un contributo diretto da Pechino prima del suo viaggio previsto a fine mese nella capitale cinese.

“Penso che anche la Cina dovrebbe aiutare perché la Cina ottiene il 90% del suo petrolio dagli Stretti”.

Trump ha poi aggiunto che il viaggio potrebbe essere rinviato se la Cina non offrirà supporto.

Il ministero degli Esteri cinese non ha rilasciato commenti immediati sulla richiesta.

Parallelamente Washington ha aumentato la pressione sugli alleati europei, avvertendo che la NATO potrebbe affrontare un futuro “molto negativo” se i membri dell’Alleanza non sosterranno gli Stati Uniti nella gestione della crisi.

I ministri degli Esteri dell’Unione Europea hanno discusso a Bruxelles la possibilità di rafforzare una piccola missione navale già presente nella regione, ma secondo fonti diplomatiche non è prevista al momento un’estensione delle operazioni allo Stretto di Hormuz.

Il primo ministro britannico Keir Starmer ha affrontato la questione in colloqui con Trump e con il premier canadese Mark Carney.

La Corea del Sud ha invece dichiarato che esaminerà con attenzione la richiesta americana.

Aviazione e traffico aereo: migliaia di voli cancellati

La guerra sta provocando effetti anche nel settore del trasporto aereo internazionale.

Diversi hub strategici del Medio Oriente, tra cui Dubai, Doha e Abu Dhabi, hanno subito chiusure o limitazioni operative che hanno portato alla cancellazione di migliaia di voli e lasciato bloccati decine di migliaia di passeggeri.

Le tensioni stanno inoltre creando preoccupazioni per la disponibilità di carburante per aerei.

Le autorità vietnamite hanno avvertito che l’industria dell’aviazione del Paese potrebbe dover ridurre i voli a partire da aprile, dopo che Cina e Thailandia hanno sospeso le esportazioni di carburante per jet a causa del conflitto.

Attacchi con droni e escalation militare

A Dubai un attacco con droni ha colpito un serbatoio di carburante vicino all’aeroporto, causando un incendio che ha portato alla sospensione temporanea dei voli. Le autorità hanno poi comunicato che le fiamme sono state contenute.

In Arabia Saudita, le difese aeree hanno intercettato 34 droni in un’ora nella regione orientale del Paese. Secondo i media statali non sono stati segnalati feriti.

Nel frattempo Israele ha continuato le operazioni militari contro obiettivi collegati ai gruppi sostenuti dall’Iran, tra cui Hezbollah in Libano e Hamas a Gaza.

L’esercito israeliano ha annunciato l’avvio di operazioni terrestri limitate nel Libano meridionale.