Manca meno di quarantotto ore. Nella notte tra sabato 28 e domenica 29 marzo 2026, alle ore 2:00 precise, le lancette di ogni orologio italiano dovranno spostarsi avanti di sessanta minuti: le 2:00 diventeranno le 3:00, un’ora di sonno andrà perduta e la luce serale si estenderà già da domenica prossima.

L’ora legale resterà in vigore fino al 25 ottobre. Ma il 2026 non è un’edizione ordinaria di questo appuntamento: l’11 marzo la X Commissione della Camera dei Deputati ha formalmente avviato un’indagine conoscitiva sull’introduzione dell’ora legale permanente in Italia, con scadenza fissata al 30 giugno 2026. Per la prima volta nella storia recente, il doppio cambio stagionale è sotto esame istituzionale ufficiale.

Cosa fare tra sabato e domenica: la procedura pratica

Il meccanismo è lo stesso ogni anno. Alle 2:00 di domenica 29 marzo le lancette avanzano di un’ora e segnano le 3:00. Chi possiede uno smartphone, un tablet, un computer o uno smartwatch connesso a internet non deve intervenire: l’aggiornamento è automatico.

Diverso il discorso per orologi analogici, forni con display, sveglie da comodino, alcuni modelli di autoradio e qualsiasi dispositivo non connesso alla rete: il cambio va effettuato manualmente. Vale la pena verificarli entro sabato sera, soprattutto se si hanno appuntamenti domenica mattina.

L’ora legale resterà attiva per sette mesi consecutivi. Il ritorno all’ora solare è già calendarizzato per la notte tra sabato 24 e domenica 25 ottobre 2026, quando le lancette torneranno indietro di sessanta minuti.

Quanto vale il risparmio energetico secondo Terna

Il motivo storico del cambio d’ora è ridurre il consumo di illuminazione artificiale sfruttando la luce naturale nelle ore serali. A quantificare il beneficio è Terna, la società che gestisce la rete elettrica di trasmissione nazionale.

Per il 2026, Terna stima che i sette mesi di ora legale produrranno un minor consumo di 302 milioni di kilowattora di energia elettrica. Tradotto in euro, il risparmio atteso per il sistema elettrico nazionale ammonta a circa 80 milioni di euro, calcolato sul prezzo medio del kilowattora per il cliente domestico tipo — 26,63 centesimi al lordo delle imposte, secondo i dati ARERA relativi al primo trimestre 2026. Sul fronte ambientale, la riduzione dei consumi equivale a 142.000 tonnellate di CO₂ non immesse nell’atmosfera.

Per dare la misura del fenomeno: 302 milioni di kWh corrispondono al fabbisogno medio annuo di circa 115.000 famiglie italiane.

L’Italia valuta di non tornare più all’ora solare

L’elemento di novità del 2026 non riguarda le lancette ma ciò che avviene in Parlamento. L’11 marzo 2026, la X Commissione della Camera dei Deputati — Attività Produttive, Commercio e Turismo — ha approvato l’avvio di un’indagine conoscitiva sull’impatto dell’ora legale permanente sul territorio nazionale, con la seguente denominazione ufficiale: “Impatto dell’ora legale permanente sul territorio nazionale: effetti e ricadute sui settori”.

L’iniziativa ha una storia precisa. Nel novembre 2025 era arrivata in Parlamento una proposta sostenuta da 352.000 firme, promossa dalla Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA), dall’associazione Consumerismo No Profit e dal deputato Andrea Barabotti della Lega. L’obiettivo: valutare se eliminare definitivamente il cambio stagionale, mantenendo l’orario estivo tutto l’anno.

La Commissione ha fissato la conclusione dell’indagine entro il 30 giugno 2026. Nel corso dei lavori saranno ascoltati rappresentanti di istituzioni, Autorità indipendenti, delegazioni della Commissione Europea e del Parlamento UE, associazioni di categoria tra cui Confindustria, Confcommercio e Confartigianato, oltre ad accademici e ricercatori. Secondo un documento parlamentare citato nelle fasi preparatorie, il mantenimento dell’ora legale per tutto l’anno potrebbe generare un risparmio aggiuntivo di 720 milioni di kWh annui, per circa 180 milioni di euro, con una riduzione delle emissioni di CO₂ di 200.000 tonnellate l’anno.

Non si tratta ancora di una decisione. L’indagine conoscitiva raccoglie dati tecnici e scientifici, non legifera. È però il primo passaggio istituzionale strutturato che l’Italia compie concretamente su questo terreno.

Il nodo europeo che blocca tutto dal 2019

Il dibattito italiano si inserisce in una questione irrisolta a livello comunitario. Nel 2018 la Commissione Europea aveva aperto una consultazione pubblica sul cambio stagionale: vi parteciparono 4,6 milioni di cittadini europei e l’84% si espresse a favore dell’abolizione. Nel 2019 il Parlamento Europeo approvò una proposta di direttiva che lasciava a ciascun Paese membro la libertà di scegliere tra ora solare o ora legale permanente.

Il processo si è poi fermato. La pandemia ha azzerato le priorità legislative europee, e le divergenze tra Paesi nordici — favorevoli all’ora solare — e Paesi mediterranei — orientati verso quella legale — non hanno mai trovato sintesi. Il Consiglio dell’UE non ha raggiunto la maggioranza qualificata necessaria per procedere: occorrono almeno 15 Stati su 27 favorevoli, e le preferenze opposte tra Nord e Sud Europa rendono il consenso politicamente difficile.

Fino all’adozione di una decisione definitiva da parte del Consiglio, il sistema del doppio cambio stagionale rimane obbligatorio per tutti gli Stati membri. Questo vincolo è centrale: anche se l’Italia concludesse la propria indagine con un orientamento favorevole all’ora legale permanente, la decisione finale non potrebbe prescindere dal quadro europeo. Agire in autonomia significherebbe creare un fuso orario disallineato rispetto agli Stati confinanti, con conseguenze dirette su trasporti, commercio internazionale e mercati finanziari.

Salute: i primi giorni dopo il cambio

Il passaggio all’ora legale può generare disturbi temporanei, soprattutto nei soggetti più sensibili alle variazioni del ritmo sonno-veglia. Il fenomeno è paragonabile a un jet lag di un’ora: tecnicamente minimo, ma percepibile da una parte della popolazione.

I sintomi più segnalati nei giorni successivi al cambio sono stanchezza mattutina, difficoltà ad addormentarsi alla solita ora e irritabilità. La maggior parte delle persone si adatta entro tre-cinque giorni. Per chi soffre già di disturbi del sonno, anticipare di quindici o venti minuti l’orario di riposo nei due giorni precedenti al cambio può ridurre l’impatto.

La SIMA ha evidenziato che l’eliminazione del doppio cambio stagionale ridurrebbe lo stress da sfasamento cronico del ritmo circadiano, con potenziali benefici su qualità del sonno e rischio cardiovascolare. Questi elementi fanno parte della documentazione che la Commissione parlamentare esaminerà entro giugno.