Con il patteggiamento chiuso definitivamente venerdì con l’accettazione da parte del Gup, Totò Cuffaro esce di scena nell’inchiesta sulla corruzione nella sanità siciliana. Un episodio, quello della mazzetta, sparisce del tutto dalle accuse nei confronti di tutti, restano episodi minori ma comunque sufficienti per una condanna, sia pure attraverso un patteggiamento.
La fine di un’era politica
Ma più della vicenda giudiziaria in se stessa, quello che la cronaca registra è la fine di una carriera politica. Cuffaro dovrà svolgere due anni e mezzo di servizi sociali e la vicenda si chiude qui ma a far dire si alla procura è il vero risultato di tutta questa indagini: come pena accessoria in quell’accordo c’è il divieto di frequentare ed incontrare politici. Di fatto il vero risultato ottenuto dalla procura di Palermo è questo: l’allontanamento di Cuffaro dalla politica attiva. E stavolta probabilmente si tratterà di un addio definitivo alla politica.
Cirillo: “Ma la Dc resta”
E la fine della carriera politica di Cuffaro viene letta, da molti analisti, come la fine della Dc accompagnata dal silenzio dei cuffariani ormai all’angolo e non più in grado di essere partito; dilaniati dalle divisioni e marchiati dalla lettera scarlatta
Non ci sta il segretario (o forse non ancora tornato ad esserlo) regionale Stefano Cirillo: “Se esiste ancora la libertà di espressione, allora è giusto dire con chiarezza ciò che molti pensano e pochi hanno il coraggio di affermare, la sentenza di patteggiamento nei confronti di Totò Cuffaro non rappresenta soltanto una condanna penale.Rappresenta qualcosa di molto più profondo, inquietante e politicamente pesante”.
La nascita del Daspo politico sociale
“Non siamo davanti alla sola punizione di un reato. Siamo davanti all’introduzione di un vero e proprio “daspo politico e sociale” che non ha precedenti nella storia recente della Repubblica.
A Cuffaro non viene semplicemente imposto di scontare una pena, gli viene impedito di incontrare politici, amministratori, rappresentanti istituzionali, uomini della vita pubblica. Come se la sua sola presenza fosse considerata pericolosa. Come se fosse diventato una sorta di soggetto “radioattivo”, capace di contaminare chiunque gli stia vicino”.
“Ed è proprio questo il punto più grave della vicenda. Perché una democrazia può condannare un uomo per ciò che ha fatto, ma nel momento in cui pretende di isolarlo dalle relazioni politiche e sociali entra in un terreno estremamente delicato, quello della limitazione indiretta della partecipazione democratica.
Qui non si colpisce soltanto il cittadino Cuffaro. Qui si manda un messaggio a un intero mondo politico, umano e culturale. Il messaggio è chiaro, chi entra in contatto con lui rischia di essere guardato con sospetto.
Chi ne condivide idee, percorsi o battaglie viene automaticamente trascinato dentro una zona grigia di delegittimazione morale e politica”.
Un tentativo di marchiare la Dc
“È impossibile non vedere in questa misura anche il tentativo di smantellare ciò che Cuffaro ha costruito politicamente, soprattutto in Sicilia. Perché la vera domanda è un’altra, da quando una sentenza può stabilire con chi un uomo possa parlare politicamente? Da quando il rapporto umano e politico diventa materia da sorvegliare come fosse una minaccia pubblica?”
“Nessuno mette in discussione il principio della legalità. Ma qui si sta andando oltre il diritto penale. Qui si entra nella costruzione di un precedente che rischia di cambiare il rapporto tra magistratura, politica e libertà democratica”.
Da oggi un giudice può giudicare non solo un uomo ma un’idea politica
Cirillo va oltre la singola vicenda e avverte un pericolo mdi sovvertimento democratico “Perché da oggi ogni giudice potrebbe sentirsi legittimato non soltanto a condannare un politico, ma anche a espellerlo dalla vita pubblica, dalle relazioni, dal confronto democratico, trasformando la pena in una forma di interdizione permanente e morale. E allora il punto non riguarda più soltanto Totò Cuffaro. Il punto riguarda tutti“.
Il confine fra giustizia e democrazia
“Riguarda il confine che separa la giusta repressione dei reati dalla possibilità che la giustizia finisca per incidere direttamente sulla libertà politica e sull’agibilità democratica di un Paese”.
“Perché una democrazia forte punisce i reati. Ma una democrazia fragile comincia a temere perfino le relazioni, le idee e la presenza pubblica di chi ha già pagato e dovrà ancora pagare”.
“E personalmente, come tantissimi che gli sono stati accanto politicamente e umanamente, avverto il peso di questa sentenza anche oltre la figura di Cuffaro. Perché il messaggio che arriva è semplice e durissimo, non viene giudicato soltanto un uomo, ma rischia di essere marchiato un intero mondo di relazioni, amicizie, percorsi politici e umani. Ed è forse questa la parte più inquietante di tutta la vicenda“.






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