Gli Stati Uniti hanno bombardato siti radar e di controllo droni iraniani dopo che Teheran ha abbattuto un drone da ricognizione americano MQ-1 Predator nel fine settimana. La risposta delle forze statunitensi ha colpito le installazioni di Goruk, in Iran, e sull’isola di Qeshm, sabato e domenica, ora locale. Non era la prima volta: i prezzi del petrolio avevano già risposto con un rialzo giovedì scorso, quando Usa e Iran si erano scambiati attacchi per la seconda volta in dieci giorni.
Il Medio Oriente sta vivendo, quindi, in questo momento una condizione ibrida, sospesa tra guerra formalmente interrotta e ostilità concrete che non si fermano. Il cessate-il-fuoco è in vigore dal 8 aprile, punteggiato da scaramucce continue mentre le due parti si fronteggiano sullo Stretto di Hormuz. In questo quadro, ogni nuovo scambio di raid viene presentato da entrambe le parti come autodifesa, non come rottura del cessate-il-fuoco.
Cosa ha colpito il CENTCOM, e perché
Il CENTCOM ha definito l’operazione “misurata e deliberata”, condotta in risposta all’abbattimento di un drone MQ-1 che operava in acque internazionali. I caccia americani hanno eliminato difese aeree iraniane, una stazione di controllo a terra e due droni d’attacco a senso unico che, secondo il comunicato, rappresentavano minacce dirette alle navi in transito nelle acque regionali. Nessun militare americano è rimasto ferito.
La scelta dei bersagli non era casuale. Goruk e l’isola di Qeshm si trovano lungo la costa meridionale iraniana, proprio nella fascia che affaccia sullo Stretto di Hormuz, il corridoio marino attraverso cui transitava, prima del conflitto, circa il 20% dell’energia mondiale. Colpire là significa non solo rispondere all’episodio del drone, ma mantenere la pressione sul nodo geografico che determina il prezzo dell’energia su scala globale.
L’IRGC risponde: il Kuwait svegliato dalle sirene
Le Guardie della Rivoluzione islamica hanno dichiarato di aver deliberatamente preso di mira la base statunitense, specificando che essa era stata usata per lanciare il precedente attacco americano. Nell’annuncio, le IRGC non hanno identificato quale base fosse stata colpita. Le difese aeree del Kuwait hanno intercettato ondate di droni e missili iraniani, con esplosioni udite a nord-ovest della capitale Kuwait City.
In Kuwait sono presenti circa 13.000 militari americani. La base di Ali Al Salem è una delle strutture più importanti del dispiegamento Usa nella regione del Golfo. Le intercettazioni hanno evitato danni consistenti alle infrastrutture, ma l’episodio rende evidente quanto sia fragile l’equilibrio attuale: un cessate-il-fuoco che permette scambi di fuoco regolari non è un cessate-il-fuoco nel senso ordinario del termine.
Trump, i “chirping” e la pressione elettorale
Nella notte tra domenica e lunedì, Trump ha pubblicato un post sui social media senza menzionare gli scambi di attacchi. Ha ribadito la sua valutazione, che ancora non ha trovato conferma nei fatti, che l’Iran “vuole davvero fare un accordo”. Poi ha attaccato i critici, inclusi quelli che ha definito “repubblicani apparentemente antipatriotici”, accusandoli di “chirping” negativo. “Sedetevi e rilassatevi, andrà tutto bene alla fine, come sempre!”, ha scritto.
In termini pratici, il blocco dello Stretto ha fatto salire il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti di circa 1,50 dollari al gallone rispetto ai livelli pre-guerra. Il voto di novembre alle elezioni di midterm è già un fattore nelle scelte tattiche dell’amministrazione: riaprire Hormuz abbassa i prezzi alla pompa, ma fare concessioni a Teheran rischia di alienare l’ala più intransigente del partito. Trump si trova a gestire entrambi i fronti allo stesso tempo.
Il petrolio è rimasto in una forchetta tra 90 e 100 dollari, con gli analisti di mercato che si aspettano che la situazione resti instabile almeno per i prossimi due mesi, anche in caso di accordo, dato che le infrastrutture energetiche nella regione hanno subito danni significativi durante il conflitto.
Il nodo Libano
Infine, un elemento che non compare nei comunicati ufficiali ma che pesa sui negoziati è la guerra in corso tra Israele e Hezbollah, la milizia filo-iraniana attiva nel Libano meridionale. La presenza di Hezbollah come variabile dipendente da Teheran complica qualsiasi accordo bilaterale Usa-Iran: ogni concessione americana su questo fronte viene percepita dall’ala conservatrice del Congresso come una legittimazione delle proxy wars iraniane nella regione.
Fonte: Reuters.






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