Un’operazione condotta all’alba ha portato in carcere 15 persone che farebbero parte dell’organizzazione che ha vessato in questi mesi il territorio del mandamento di San Lorenzo. Questa mattina, a seguito di indagini svolte da personale del Comando Provinciale dei Carabinieri di Palermo, la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo – Direzione Distrettuale Antimafia – ha dato esecuzione a 15 provvedimenti di fermo di indiziato di delitto. La misura si è resa necessaria per frenare l’escalation criminale che dal novembre 2025 sta colpendo il territorio cittadino ricadente nel mandamento mafioso di Tommaso Natale e San Lorenzo.

Estorsioni e armi da guerra nel mirino degli investigatori

Il cuore dell’operazione ha fatto luce sulle attività asfissianti di controllo del territorio e sulla pressione esercitata nei confronti delle realtà economiche locali. Nello specifico, 9 provvedimenti di fermo hanno riguardato indagati accusati di estorsione, tentata estorsione, porto e detenzione illegali di armi comuni e di armi da guerra, con l’aggravante di aver agevolato l’attività dell’associazione mafiosa o averne sfruttato il metodo.

La rete della droga tra San Lorenzo e lo Zen

Parallelamente al filone estorsivo, i militari hanno smantellato un’organizzazione parallela ma strettamente interconnessa, specializzata nel rifornimento di stupefacenti nelle piazze di spaccio della periferia. I restanti provvedimenti di fermo hanno riguardato 6 indagati ritenuti appartenenti ad una associazione dedita al traffico di sostanze stupefacenti del tipo cocaina, hashish e marijuana, operante nei quartieri di San Lorenzo e dello Zen 2, con disponibilità di armi da fuoco.

La prosecuzione dell’inchiesta dei primi 8 fermi

L’intervento odierno non rappresenta un episodio isolato, bensì il coronamento di una strategia a lungo termine per disarticolare i vertici e le leve operative del mandamento. L’odierna attività costituisce infatti la prosecuzione di quella che, agli inizi di giugno di quest’anno, ha portato la Procura di Palermo ad emettere 8 provvedimenti di fermo per ulteriori fatti nello stesso contesto investigativo, confermando la massima attenzione dello Stato sul fronte del contrasto a Cosa nostra.

Le intimidazioni di questi lunghi mesi

I raid iniziarono a novembre, quando davanti a dieci tra locali e negozi di Tommaso Natale e Sferracavallo furono trovate le prime bottigliette (una per ognuno) con la benzina e il pizzino che indicava la cifra da pagare. La stessa notte furono date alle fiamme 11 barche nel rimessaggio della Icone marine di Isola delle Femmine.

Poi toccò al deposito di Sicily by car in via San Lorenzo: il 23 marzo tre uomini scavalcano le mura e scaricano 30 colpi di kalashnikov contro le auto parcheggiate. Sarà il primo di una lunga serie di attentati eseguiti con la terribile mitragliatrice di fabbricazione sovietica.

Una settimana più tardi l’incendio all’autolavaggio del Q8 di viale Lanza di Scalea, struttura cui si appoggiava proprio l’azienda guidata da Tommaso Dragotto. Ad aprile torna a tuonare il kalashnikov: prima contro l’autorimessa di via Sferracavallo dei fratelli Natoli e poi contro il ristorante Il Brigantino, già destinatario di una delle bottigliette piazzate a novembre.

In mezzo attentati contro una macelleria e un panificio della via Einaudi allo Zen, un bar e una pizzeria a Barcarello. E ancora le bottigliette lasciaste davanti a otto lidi a Isola delle Femmine, altri due attentati alla Sicily by car, è stato incendiato parte del parco auto e le tre intimidazioni al bar Cheri di via Ignazio Mormino allo Zen.

Contro il bar, le famiglie mafiose di Tommaso Natale San Lorenzo avrebbero avuto un conto aperto: almeno dal 2022 provano a imporre il pizzo ma “quelli sono quattro cani abbandonati, quelli denunciano» spiegava Antonino Mazza a Domenico Ciariamitaro e Francesco Stagno. Ma i due mafiosi, Ciariamitaro in particolare, non sembravano spaventati: “Con le buone o con le cattive” dicevano: ne andava della credibilità dell’organizzazione; tutti dovevano pagare.

E così prima una bottiglia e i petardi, poi l’incendio ai condizionatori esterni e infine nuovi colpi di kalashnikov contro le vetrine: l’ultimo sussulto del gruppo di giovani rampanti che ora si ritrova le manette ai polsi.