Il Garante per la protezione dei dati personali ha sanzionato due programmi televisivi per complessivi 59.606 euro, dopo la messa in onda di immagini del corpo senza vita di Chiara Poggi. Il provvedimento riguarda una puntata di Le Iene Inside e una di Zona Bianca. L’autorità ha vietato ogni ulteriore diffusione dei fotogrammi e riconosciuto la violazione della dignità della giovane e della sua famiglia.

Chiara Poggi aveva 26 anni quando fu uccisa a Garlasco il 13 agosto 2007. Il caso è tornato con frequenza nei palinsesti televisivi dopo la riapertura dell’inchiesta che vede indagato Andrea Sempio. A presentare i reclami sono stati i genitori della vittima, Giuseppe Poggi e Rita Preda.

Le due puntate finite nel provvedimento

Il primo reclamo riguarda la puntata di Le Iene Inside intitolata “Delitto di Garlasco, caso riaperto”, trasmessa il 30 marzo 2025. Durante il programma erano state mostrate immagini del corpo della vittima “imbrattata di copiose macchie di sangue”. La seconda contestazione si riferisce alla puntata di Zona Bianca del 9 luglio 2025, nella quale comparivano “una ferita e dei lividi” presenti su una gamba di Chiara Poggi.

I legali della famiglia avevano denunciato la violazione della dignità della vittima e del principio di essenzialità dell’informazione. Entrambi i rilievi sono stati accolti dal Garante. Il provvedimento non contesta la possibilità di raccontare il delitto o gli sviluppi giudiziari. Interviene invece sul modo in cui quelle immagini sono state utilizzate, ritenendole prive di un apporto informativo tale da giustificare il sacrificio della riservatezza e della memoria della giovane.

Il Garante esclude l’interesse pubblico delle immagini

Pasquale Stanzione, presidente del Garante per la protezione dei dati personali, ha affermato che la visione dei particolari del corpo di Chiara Poggi “non risulta giustificata sotto il profilo dell”essenzialità dell’informazione riguardo a fatti di interesse pubblico’” e che tale diffusione “ha concretato una grave violazione della dignità della vittima e della sua famiglia”.

Secondo l’autorità, i familiari possono chiedere la rimozione dei contenuti quando la pubblicazione non poggia su una condizione valida di liceità. Nel provvedimento si legge che, rispetto alle immagini contestate, “sussiste il diritto dei familiari a richiedere la cancellazione e l’obbligo del titolare di cancellare, in quanto pubblicati in assenza di una valida condizione di liceità e, dunque, illecitamente”.

Il Garante osserva inoltre che mostrare quelle immagini non aggiunge elementi utili alla ricostruzione del delitto e non risulta necessario per descrivere le modalità dei fatti o le persone coinvolte.

Il passaggio viene espresso nel provvedimento con una formula netta: “nulla aggiunge alle notizie sulla vicenda, né risulta indispensabile a descrivere i modi particolari con cui si sono svolti i fatti o a qualificarne i protagonisti”.

Il confine tra cronaca e dettagli di violenza

La decisione definisce la proiezione televisiva delle immagini come un uso sproporzionato rispetto alla finalità informativa dichiarata. Per il Garante, la loro diffusione “deve essere considerata come un dettaglio di violenza ingiustificato a fronte della rilevanza sociale dell’immagine e della notizia che intendeva supportare”.

Anche quando una trasmissione afferma di voler chiarire alcuni aspetti del caso, il trattamento dei dati deve rispettare la dignità della vittima e della sua memoria. L’autorità ritiene infatti che la scelta “è da ritenersi comunque non proporzionata in rapporto agli effetti pregiudizievoli che determina sul diritto al rispetto della dignità della vittima e della sua memoria, diritto che anche ai genitori spetta tutelare”.

La rilevanza pubblica del delitto di Garlasco, dunque, non rende automaticamente pubblicabile qualsiasi contenuto acquisito nel corso delle indagini. Il diritto di cronaca incontra un limite quando il dettaglio visivo non chiarisce i fatti e produce invece una nuova esposizione del corpo della vittima.

Il Garante sostiene che i fotogrammi delle macchie di sangue e delle ferite fossero “ingiustamente lesive della dignità personale della vittima e della sua famiglia senza nulla aggiungere alla narrazione dei fatti e delle vicende legate al caso giudiziario che i giornalisti si propongono di raccontare”.

Il provvedimento esclude anche che le immagini potessero offrire elementi utili a chi segue il caso o contribuisce alla sua ricostruzione pubblica. “Non vi è infatti alcuna informazione ulteriore che può essere tratta dalla visione di tali immagini né a beneficio di coloro che contribuiscono al racconto pubblico della vicenda, né dei cittadini che intendano informarsi sui fatti e le circostanze del delitto”.

L’autorità ha respinto anche l’ipotesi che la pubblicazione potesse essere giustificata dall’originalità del materiale. I particolari mostrati non erano nuovi e non aggiungevano sviluppi inediti rispetto a quanto già raccontato nel corso degli anni. Le immagini, si legge, non concorrono a conferire elementi di novità “in quanto non si tratta di particolari ‘nuovi’ rispetto a quanto già riportato abbondantemente in precedenza”.

Il test di proporzionalità non è stato superato

Nella valutazione del Garante assume rilievo il rapporto tra il danno prodotto e il beneficio informativo ottenuto. La pubblicazione delle immagini del sangue e del cadavere “non supera il test di proporzionalità in quanto il sacrificio della dignità e della riservatezza richiesto non si giustifica alla luce dei benefici informativi che la proiezione di tali immagini ha apportato al dibattito pubblico e ai cittadini”.

La decisione stabilisce quindi che la scelta editoriale non può essere difesa soltanto richiamando l’interesse collettivo per il caso. Occorre dimostrare che il dettaglio pubblicato sia indispensabile per informare e che non esistano modalità meno invasive per raccontare lo stesso fatto. Nel caso delle due trasmissioni, secondo il Garante, tale necessità non emergeva.

La denuncia della “continua e morbosa spettacolarizzazione”

Il provvedimento allarga la valutazione alla copertura mediatica complessiva del delitto di Garlasco, tornato al centro dell’attenzione dopo i nuovi sviluppi investigativi. Secondo l’autorità, “l’attenzione mediatica è stata – ed è – tale da andare ben oltre l’esercizio del diritto e dovere di cronaca, degradando verso una ‘continua e morbosa spettacolarizzazione’, in contrasto con il principio di essenzialità dell’informazione; ciò, a partire dalle prime indagini e rinnovandosi più recentemente con la loro riapertura”.

Il Garante ricorda di avere già richiamato gli organi di informazione “al doveroso rispetto della persona, della sua dignità, quale limite e garanzia nei confronti della vittima, dei familiari, degli indagati e delle persone a vario titolo coinvolte nella vicenda giudiziaria”. I precedenti richiami non hanno evitato la nuova diffusione dei materiali. Da qui il divieto di utilizzo delle immagini e la sanzione nei confronti di RTI S.p.A.

Le sanzioni a Le Iene e Zona Bianca

La somma complessiva ammonta a 59.606 euro. Per la puntata di Le Iene Inside la sanzione è stata fissata in 51.091 euro; per Zona Bianca in 8.515 euro. Il Garante ha disposto anche il divieto di diffondere nuovamente le immagini contestate. La decisione riguarda quindi sia la responsabilità per quanto già trasmesso sia l’eventuale riutilizzo futuro del materiale. La cancellazione richiesta dai familiari trova fondamento, secondo l’autorità, nell’illiceità della pubblicazione. Il provvedimento riconosce alla famiglia il diritto di tutelare la dignità e la memoria di Chiara Poggi anche dopo la morte.