Per ottenere il permesso di soggiorno le serviva la residenza. Per la residenza le serviva il permesso di soggiorno. Un cane che si morde la coda, con la differenza che qui a rischiare il morso era una donna in carne e ossa: 26 anni, brasiliana, arrivata a Siracusa per vivere accanto al compagno italiano. Il conto di questo cortocircuito burocratico lo pagherà ora il Comune, chiamato in Consiglio comunale a liquidare un debito fuori bilancio nato da una causa persa, anzi: persa per abbandono.

La vicenda

Riassumiamo la vicenda: la donna si trasferisce a Siracusa e formalizza la convivenza con il compagno attraverso un contratto stipulato ai sensi della legge Cirinnà che dal matrimonio in giù riconosce diritti anche a chi sceglie di non passare dall’altare. Tutto in regola, dunque. O almeno così crede, fino a quando il Comune le nega sia l’iscrizione anagrafica che la registrazione del contratto, motivando il rifiuto con un dettaglio non da poco: prima serve il permesso di soggiorno.

Il permesso che non arriva dalla Questura

Peccato che il permesso di soggiorno non arrivi mai. La pratica resta ferma in Questura, senza risposta, mentre la donna si trova incastrata in un meccanismo perfetto nella sua assurdità: senza residenza niente permesso, senza permesso niente residenza. Sullo sfondo, non un fastidio amministrativo, ma un rischio concreto: quello di finire nel mirino di un provvedimento di espulsione, con l’obbligo di lasciare l’Italia e il compagno con cui aveva scelto di costruire una vita.

La donna si rivolge al Tribunale

A quel punto la strada resta una sola: il tribunale. La donna presenta un ricorso d’urgenza, richiamando l’obbligo dello Stato italiano, di matrice sia costituzionale che europea, di agevolare la permanenza dei familiari conviventi dei cittadini italiani. Cita anche la direttiva comunitaria sulla libera circolazione, che tutela pure i familiari extracomunitari. Il Comune, dal canto suo, sceglie la strategia del silenzio: citato in giudizio, non si costituisce e resta contumace.

Il Comune fa marcia indietro

Dopo la notifica del ricorso, il Comune fa una clamorosa marcia indietro e procede da solo alle registrazioni che fino a poco prima aveva negato. Una resa senza dichiararla, che però il giudice legge benissimo: dichiara cessata la materia del contendere, ma condanna comunque l’ente al pagamento delle spese processuali, oltre 1.200 euro, per soccombenza virtuale. Tradotto: avevi torto, e lo hai ammesso muovendoti solo quando qualcuno ti ha citato in tribunale. Ora la parola passa al consiglio comunale, chiamato a votare la liquidazione di quelle spese come debito fuori bilancio. Un passaggio tecnico, quasi invisibile nell’ordine del giorno tra una delibera e l’altra.