Un freno ai “viaggi della speranza” che costano alle casse regionali 246,7 milioni di euro l’anno, lo sblocco dei posti letto per i disturbi alimentari e una netta difesa delle piccole e medie imprese sanitarie locali contro il rischio di “colonizzazione” da parte dei grandi gruppi multinazionali. È una vera e propria controriforma della sanità siciliana quella lanciata dal comparto sociosanitario di Confindustria Sicilia. Al culmine di un vertice strategico tenutosi in settimana, i vertici degli industriali della sanità – guidati dal presidente Francesco Ruggeri e dal vicepresidente Michelangelo Dina – hanno redatto un documento programmatico inviato al Governo regionale. Un’analisi in chiaroscuro che, pur riconoscendo i passi avanti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), mette a nudo i ritardi strutturali e le storture burocratiche che paralizzano l’assistenza nell’Isola.

Il buco della mobilità passiva: un aereo per curarsi

Il dato più allarmante resta quello della mobilità sanitaria passiva. Nel 2023 la Sicilia ha accumulato 320,5 milioni di euro di debiti verso le altre Regioni, a fronte di appena 73,8 milioni di crediti.

“Quando un cittadino siciliano prende un aereo per sottoporsi a un intervento in Lombardia, Emilia-Romagna o Veneto, il problema riguarda l’intero sistema. Sono risorse sottratte alla Sicilia e trasferite al Nord”, denunciano Ruggeri e Dina.

Un esempio su tutti: i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione. Nonostante la programmazione del 2022 prevedesse l’attivazione di 50 posti in centri residenziali (25 a Palermo e 25 a Catania), i posti non sono mai stati attivati a causa di lungaggini burocratiche certificate dagli uffici regionali nel luglio 2025. Risultato? Famiglie abbandonate e costrette a cercare cure fuori dall’Isola.

Il paradosso del PNRR: “Mancano medici e infermieri”

Confindustria riconosce l’accelerazione impressa dalla Regione sulla Missione 6 del PNRR, con 638 milioni di euro assegnati e lo stato di avanzamento della spesa al 54% (superiore alla media nazionale). Ad aprile 2026 si contavano già 57 strutture territoriali operative tra Case e Ospedali di comunità.

Il rischio concreto, però, è quello di inaugurare “scatole vuote”. Agenas e la Conferenza Stato-Regioni hanno stimato per l’anno accademico 2026/2027 un fabbisogno nazionale di oltre 20 mila medici e 25 mila infermieri. Senza una programmazione del personale, gli ospedali di comunità rimarranno cattedrali nel deserto.

I dati LEA: la sufficienza è ancora lontana

I Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) confermano che la vera sfida si gioca sul territorio. Se nell’assistenza ospedaliera la Sicilia regge con un punteggio di 80, i dati territoriali e della prevenzione vedono l’Isola arrancare storicamente sotto la soglia di sufficienza (rispettivamente con punteggi di 44 e 49 nel monitoraggio 2023). Sebbene il distretto sia tornato sopra la soglia nel 2024, la prevenzione resta in profondo rosso.

“La prossima grande riforma della sanità siciliana deve avvenire soprattutto fuori dall’ospedale”, incalza Confindustria, richiamando anche il recente appello trasversale “La Sanità che vogliamo” promosso dall’ex assessore Massimo Russo.

L’allarme concorrenza: “Criteri nazionali pro-multinazionali”

Il punto più politico del documento riguarda l’applicazione dei decreti nazionali sulla concorrenza e le gare nel settore sanitario. L’articolo 26 della legge del 2026 rischia, secondo gli industriali, di spazzare via il tessuto locale.

“Criteri apparentemente neutrali finiscono per determinare un vantaggio competitivo strutturale per i soggetti di maggiori dimensioni, favorendo progressivamente processi di concentrazione del mercato. Il rischio è quello di penalizzare quelle imprese sanitarie, spesso familiari o di media dimensione, che operano da decenni sul territorio”, denunciano i vertici di Confindustria.

Per Ruggeri e Dina, mettere periodicamente a gara l’intera rete degli erogatori già accreditati distruggerebbe investimenti, competenze e continuità terapeutica per i pazienti fragili. La soluzione? “Proteggere ciò che funziona e aprire alla competizione solo i nuovi fabbisogni”.

Verso la riforma del sistema

Il messaggio finale lanciato all’assessorato alla Salute è chiaro: serve un cambio di paradigma culturale. La sanità privata accreditata non è un corpo estraneo, ma eroga servizi pubblici.

“Il vero traguardo – concludono Ruggeri e Dina – non sarà inaugurare una nuova struttura o stanziare risorse straordinarie. Sarà arrivare al giorno in cui un cittadino siciliano, davanti a una malattia, non dovrà più chiedersi dove andare per essere curato bene e in tempo”.