Tipo segnalazione: Disservizio

A Palermo c’è una cosa a cui non avevo mai fatto caso davvero, fino a un paio di anni fa quando sono tornato a viverci: le scuole chiuse per maltempo. In effetti, viviamo tra strade dissestate e una geografia variegata, ma scontiamo soprattutto una scarsissima cura delle infrastrutture. Nonostante i livelli di pioggia siano fra i più miti d’Italia — Palermo registra mediamente tra i 530 e i 615 mm di pioggia annua, contro i 1.900+ mm di Genova o i 1.200 mm di Milano — la tecnologia con cui costruiamo è carente e la gestione della vegetazione è pressoché assente. Di conseguenza, a fronte di intemperie minimali, le strade urbane, provinciali e statali si riempiono di fango o franano.


Ma perché, con i sistemi tecnologici di cui disponiamo oggi, non sappiamo prevedere un fermo città con tre giorni d’anticipo? Il meccanismo di questa paralisi segue un iter paradossale:

1. La Protezione Civile non dirama l’allerta arancione per l’arrivo di un vento apocalittico o di piogge torrenziali, ma perché lo stato delle strade e dei tombini è così critico che le criticità possono manifestarsi «indipendentemente dai quantitativi previsti e/o reali di pioggia». È, di fatto, un’allerta strutturale mascherata da allerta meteorologica.

2. A poche ore dall’inizio delle lezioni — spesso con ordinanze comunicate tra le 20:00 e le 21:00 della sera precedente — il Comune si trova costretto a chiudere le scuole per evitare responsabilità legali, lasciando migliaia di famiglie senza alternative organizzative.


Il sistema della Protezione Civile si dice ci venga invidiato nel mondo. L’architetto politico di questo sistema, l’ex Presidente della Regione Nello Musumeci, siede oggi al governo nazionale come Ministro con delega alla Protezione Civile. In pratica, le reti fognarie sono talmente inadeguate che il rischio viene calcolato sull’incuria, non sulla meteorologia. Questa istituzionalizzazione del rischio derivante dalla nostra stessa negligenza ci impedisce di godere di un clima che, statisticamente, resta tra i più favorevoli d’Europa.

Questa disorganizzazione cronica poggia altresì sulla scommessa politica che la massa dei cittadini, qui, continui a svolgere lavori non incisivi. Se immaginassimo la cittadinanza come una forza produttiva capace di spostare seriamente il PIL, saremmo attrezzati diversamente. Invece si assume che l’impiego tipico debba appartenere a settori dove arrivare tardi (o non andarci proprio) sia irrilevante, o peggio, che vi debba essere comunque una rete domestica fissa a supporto (tant’è che il tasso di occupazione femminile nell’isola è fermo al 32,5%, contro il 51% nazionale).


Su questa base si innesca poi un piccolo corto circuito. In Italia vige un principio di responsabilità civile estremo: se andando in ufficio inciampo perché sono distratto, la colpa è dell’azienda (infortunio in itinere). Quando viene diramata l’allerta arancione (cioè piove), il rischio per un dirigente qui diventa ancor piú sproporzionato rispetto al valore del lavoro da tutelare, così chiude tutto per salvarsi dalle denunce (non dalle miti intemperie), pur pagando la giornata ai dipendenti. L’attività si trasforma nello sforzo invisibile di gestire la paralisi della produttività.

A coronamento di questo caos vi è il fallimento sistemico dei trasporti. Già senza alcuna allerta arancione, questa città ha un servizio di trasporti collettivi che è indegno di una metropoli europea, purtroppo. Quando piove, saltano bus e treni, spingendo la popolazione a riversarsi maggiormente sull’auto privata. Palermo non è solo una città congestionata: è la prima città più trafficata d’Italia, con un livello di congestione del 51%. Si perdono circa 100 ore l’anno bloccati nel traffico e nelle ore di punta percorrere 10 km richiede mediamente 22 minuti. Il dato peggiora esponenzialmente con la pioggia, portando la velocità media a livelli minimi e i tempi di percorrenza urbana a quelli di un viaggio interregionale.


I siciliani hanno introiettato questi ostacoli logistici come una fatalità naturale, ma la fragilità infrastrutturale si rivela essere pure uno strumento di controllo indiretto: impedisce alle persone di incontrarsi, di innescare meccanismi comunitari e di crescere economicamente. In questo scenario, la frattura sociale è definitiva. Quando il servizio pubblico diventa disservizio — scuole chiuse, trasporti bloccati — il peso ricade in modo drammaticamente diverso sui cittadini. Chi non studia o non lavora può permettersi di accettare l’inefficienza come un ineluttabile dato di natura, mentre chi studia e chi lavora deve affrontare il traffico a ogni costo, dormendo meno o rischiando la posizione, e dovendo inventarsi a chi lasciare i figli.

Gli asili, le scuole e le università devono essere rifugi sicuri e aperti, cosí come i mezzi di trasporto collettivo devono essere luoghi affidabili che possono operare a prescindere dal meteo: una città così è possibile. Il vento di Palermo non è il vento danese, dove comunque i servizi preferiscono non arrestarsi.

Certamente, non saremo riusciti a migliorare la città già domani, ma so immaginare cosa occorre per iniziare a provarci, già a livello comunale o regionale, e serve farlo ORA! Voglio vedere interventi efficaci di edilizia scolastica, che rendano le sedi sicure laddove non lo siano; voglio un’organizzazione dignitosa dei trasporti pubblici, che oggi invece sono non prevedibili, non capillari, non competitivi, cioè tutto l’opposto che dovrebbe essere un servizio di trasporto; voglio vedere interventi ordinari di cura della pavimentazione e del verde urbano, non straordinari. Se abbiamo poche risorse, di tempo di energie mentali e di denaro, a maggior ragione è vitale investirle su questo. Poichè, prima o poi, pioverà ancora, di questo ne sono certo.

Gioacchino Alessio Capizzi 

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