C’è un prima, nella vita di alcune persone, che assomiglia a una promessa. Per Black quel prima aveva il suono di una chitarra — gli anni dell’adolescenza vissuti dentro la musica con quella naturalezza istintiva di chi non sa ancora che le cose possono finire.
È solo più tardi, attraverso la malattia che qualcosa si rompe. Da quella frattura emerge un’identità che non esisteva e che trova nella musica l’unico modo possibile di venire al mondo.
É così che nasce Black.
Il nero, in questo progetto, non ha niente dell’oscurità decorativa, è il colore esatto del dolore, quella tonalità densa e silenziosa che conosci bene ma a cui raramente riesci a dare un nome.
La musica diventa allora lo strumento per dargli forma, per trasformare il peso in qualcosa che gli altri possano sollevare insieme a te — o anche solo riconoscere come proprio.
Perché il nero di Black non appartiene solo a chi lo ha vissuto. Appartiene a chiunque abbia mai abitato quella zona senza nome in cui le parole non bastano più.
Il progetto si muove tra dark e spoken rap con un’impronta essenziale ma solenne, quasi ieratica, con un senso di potenza silenziosa.
Il volto inizialmente nascosto. La presenza non esplicita. La comunicazione ridotta all’essenziale. Non è una scelta di stile: è coerenza con ciò che Black rappresenta. Una figura che non cerca il centro della scena, ma che esercita una forza di attrazione oscura ma controllata che invita ad entrare ciascuno nel proprio dolore
Le influenze sono radicate e molteplici, ma si dissolvono nella ricerca di qualcosa che ancora non ha un nome nel panorama italiano. Uno spazio liminale, in cui Black ha lavorato per oltre due anni — con la pazienza di chi sa che certe voci non si trovano, si costruiscono lentamente.
Il primo capitolo si apre con il brano che porta il nome del progetto. Il brano racconta di un uomo rinchiuso in una cella. Non sappiamo perché sia lì e non è necessario saperlo. Quello che conta è il tempo che scorre dentro quelle mura, il silenzio che si fa sempre più rumoroso, la solitudine che comincia a prendere la forma di qualcun altro. Una presenza che emerge dall’interno: come un’ombra che affiora lenta dalla superficie scura dell’acqua, indistinta all’inizio, poi sempre più riconoscibile.
Un alter ego che porta con sé tutto il dolore che il protagonista non riesce più a contenere da solo.
In quel momento — in quell’incontro impossibile con se stesso — emerge Black.
La tensione si accumula, strato su strato, fino a diventare quasi materia. E poi, proprio quando lo spazio sembra esaurito, quando non sembra esserci più aria per respirare, qualcosa si sposta. Una luce filtra dall’alto, sottile come una crepa nel cemento, come se il soffitto si incrinasse lasciando entrare un chiarore distante ma ostinato.
Le porte si sbloccano. C’è una via d’uscita.
Il protagonista può fuggire.
Ma chi esce da quella cella porta con sé qualcosa di irriducibile, qualcosa che non esisteva prima di quel buio. Il dolore non è sparito — si è trasformato. Ha preso un nome, una forma riconoscibile.
Black è diventato reale.
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