Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani intende dare voce a una storia che non può e non deve essere dimenticata: la storia di Vincenzo Miceli, uomo libero, lavoratore onesto, cittadino che scelse la legalità anche quando questa scelta significava esporsi al pericolo estremo.

Vincenzo Miceli, 49 anni, geometra e imprenditore edile di Monreale, in provincia di Palermo, operava prevalentemente nel settore delle opere pubbliche: illuminazione, edifici e infrastrutture realizzate per conto di enti pubblici. Era un professionista serio, instancabile, profondamente legato al valore del lavoro come espressione di dignità personale e responsabilità sociale. In qualità di rappresentante legale della propria impresa, fin dalle prime richieste estorsive avanzate dalla criminalità mafiosa, scelse di opporsi con determinazione al pagamento del pizzo, denunciando senza esitazioni.


Tra gli anni Ottanta e Novanta, la Sicilia – e non solo – viveva una fase drammatica: la mafia consolidava il proprio controllo sugli appalti pubblici, soffocando l’economia sana e piegando con la violenza chiunque tentasse di lavorare onestamente. Era un clima cupo, segnato da estorsioni sistematiche, omicidi e connivenze con settori della politica e delle istituzioni. In quel contesto, ribellarsi significava rischiare tutto. Vincenzo Miceli lo sapeva, ma non volle arretrare. Scelse di non scendere a compromessi, di non normalizzare l’illegalità, di non trasformare la paura in rassegnazione.

Nonostante le denunce presentate, Miceli non ottenne una protezione adeguata. La sera del 23 gennaio 1990, mentre si trovava a bordo della sua automobile, fu assassinato con numerosi colpi di arma da fuoco. Un’esecuzione mafiosa che aveva un chiaro obiettivo: colpire un simbolo, lanciare un messaggio di terrore, “educare” con la violenza gli imprenditori che avessero osato sottrarsi al sistema del pizzo.


La verità giudiziaria arrivò solo molti anni dopo. Le indagini iniziali furono compromesse da depistaggi, una tragica costante di quel periodo storico. Solo grazie alle confessioni di alcuni collaboratori di giustizia – tra cui Giovanni Brusca, Santino Di Matteo e Giuseppe Monticciolo – fu possibile ricostruire le responsabilità dell’omicidio. Lo stesso Brusca, simbolo della ferocia mafiosa, si sarebbe poi reso responsabile di altri crimini efferati che hanno segnato profondamente la coscienza civile del Paese.

Oggi, raccontare la storia di Vincenzo Miceli nelle scuole non significa soltanto ricordare una vittima della mafia. Significa offrire agli studenti un modello etico concreto, reale, lontano dalla retorica e vicino alla vita quotidiana. Miceli non era un magistrato, né un uomo delle istituzioni: era un lavoratore, un imprenditore, un cittadino comune. Ed è proprio in questa “normalità” che risiede la forza educativa della sua testimonianza.

Veicolare figure come la sua nel contesto scolastico è un atto pedagogico fondamentale. La scuola ha il compito di formare coscienze critiche, di insegnare che la legalità non è un concetto astratto, ma una scelta quotidiana, spesso scomoda, che richiede coraggio e coerenza. Raccontare storie come quella di Vincenzo Miceli aiuta i giovani a comprendere che il “quieto vivere” ottenuto attraverso la sottomissione all’illegalità è un’illusione: può forse garantire una sicurezza apparente, ma erode lentamente la dignità, la libertà e il senso stesso di comunità.


Educare alla memoria significa educare alla responsabilità. Significa mostrare che ogni rinuncia ai propri principi, ogni silenzio complice, contribuisce a rafforzare sistemi di violenza e ingiustizia. Al contrario, anche una sola scelta di resistenza morale può diventare seme di cambiamento, esempio luminoso per le generazioni future.

È questo il messaggio che il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani intende trasmettere: la libertà, la giustizia e la dignità non sono conquiste scontate, ma valori da difendere ogni giorno, anche – e soprattutto – quando farlo comporta un prezzo alto.

prof.ssa Giovanna De Lucia Lumeno, CNDDU

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