Se ne vanno. Giovani, brillanti, affamati di futuro. Se ne vanno da questa Sicilia che li ha visti nascere, crescere, studiare – spesso a caro prezzo delle loro famiglie – e che poi li guarda partire con l’indifferenza di chi ha già apparecchiato il banchetto per l’ennesima nomina amicale, per l’ennesimo concorso truccato, per l’ennesimo giro di valzer tra assessori, direttori generali, portaborse e compari.
E fanno bene. Fanno bene a tagliare il cordone ombelicale con questa terra che li chiama “risorse”, ma li tratta come zavorre. Fanno bene a rifiutare l’elemosina dei tirocini sottopagati, delle consulenze da fame, delle promesse che si rinnovano di legislatura in legislatura, mentre i soliti noti – sempre loro, sempre gli stessi – si spartiscono i fondi europei come se fossero bottino di guerra.
Abbiamo perso 550 mila persone, ci dicono. Cinquecentomila solo dalla Sicilia. Laureati, ragazzi nel fiore degli anni, cervelli e braccia. E ci viene a parlare del “diritto a restare” l’assessore Tamajo, con il suo bel completo stirato e il microfono in mano. Il diritto a restare? Ma restare dove? Tra le rovine di una terra amministrata da decenni come una corte feudale, dove le clientele sono la prima industria e la raccomandazione l’unico vero curriculum?
Tamajo parla di investimenti mirati, di burocrazia che accompagna, di alleanze intelligenti. Tutto giusto, tutto auspicabile. Ma qualcuno dovrebbe ricordargli che il tempo delle parole è scaduto da un pezzo. Che mentre lui organizza giornate di studio e tavoli permanenti, i treni continuano a fermarsi a Caltanissetta, gli ospedali cadono a pezzi, e i concorsi pubblici puzzano di vecchio prima ancora di uscire in gazzetta.
La verità è che questa classe dirigente – non tutta, certo, ma in gran parte – ha trasformato la Sicilia in un banchetto permanente. E mentre i migliori vanno via, loro continuano a mangiare, a sistemare figli, cugini, amici e parenti vari. Si sono mangiati le industrie, si sono mangiati l’agricoltura, si sono mangiati il turismo e si stanno mangiando anche la speranza.
Lasciamogliela, questa Sicilia. Che se la tengano. Che se la divorino fino all’osso, finché non resterà più nulla da spartirsi. E allora forse – solo allora – finirà anche per loro il banchetto. E sarà, finalmente, la fine.
Nel frattempo, ai giovani che partono non resta che augurare buon viaggio. E dire loro: non voltatevi. Chiudete la porta con dignità. Perché a volte, l’unico diritto che resta, è quello di andarsene. E farlo a testa alta.
Davide Romano
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