Il giorno in cui la lava sfiorò Randazzo
Il retaggio del fuoco: la memoria dell’eruzione dell’Etna del 17 marzo 1981
C’è una memoria che non sbiadisce. Non è scritta soltanto nei libri o negli archivi, ma negli occhi di chi c’era, nelle parole sussurrate nelle piazze, nel silenzio che ancora oggi avvolge certe contrade. È la memoria del 17 marzo 1981, il giorno in cui il respiro della terra si fece fuoco e scese a valle, puntando dritto verso Randazzo. La mattina successiva, il quotidiano La Sicilia apriva con un titolo che ancora oggi vibra come un eco lontano: “Paurosa attività eruttiva dell’Etna: sgomberata nella notte una frazione di 250 abitanti – La lava minaccia Randazzo”. Non era un’esagerazione giornalistica. Era la fotografia di una paura reale.
Il presagio della terra
Tutto era iniziato molto prima, come spesso accade con i grandi eventi. La terra parlava, ma lo faceva sottovoce. Per settimane, sotto Etna, un’inquietudine crescente si manifestava in tremori continui: quasi quattromila scosse sismiche. Un battito irregolare, incessante. Il 16 marzo, quel battito accelerò fino a diventare allarme: cinquanta scosse all’ora. I vulcanologi osservavano, studiavano, intuivano. Ma erano soprattutto gli abitanti a capire davvero. Chi vive ai piedi del vulcano conosce quel linguaggio antico, fatto di vibrazioni e silenzi improvvisi. Nei bar si parlava piano. Nelle case si ascoltava il pavimento. Nessuno lo diceva apertamente, ma tutti lo sapevano: qualcosa stava per accadere.
Quando la montagna si spaccò
Il 17 marzo, alle 13:37, la montagna si aprì. Non lentamente, non con esitazione. Si spaccò. A oltre duemila metri di quota, il fianco nord dell’Etna si lacerò in una serie di fratture incandescenti. Fontane di lava esplosero verso il cielo, mentre il magma, incontrando la neve, generava violente esplosioni di vapore. Era uno spettacolo primordiale, terribile e affascinante, ma fu la sera a trasformare l’evento in minaccia. Una nuova frattura si aprì più in basso, a 1800 metri, da lì partì una colata diversa: più grande, più veloce, più decisa. Scese come un fiume in piena verso la valle tra Randazzo e Montelaguardia. Per molti fu come vedere riaffiorare un incubo antico: quello del 1928, quando la lava aveva quasi cancellato Mascali.
Il fiume di fuoco
La notte tra il 17 e il 18 marzo fu lunga, interminabile. La lava continuava ad avanzare, aprendo nuove ferite nel terreno. All’alba del 18 marzo, le fratture erano scese fino a 1400 metri. Il vulcano non si fermava. Boschi anneriti, vigneti distrutti, campi cancellati. Case rurali inghiottite senza rumore, come se la terra le reclamasse indietro. Poi le infrastrutture: la Strada Statale 120, la Ferrovia Circumetnea, i binari delle Ferrovie dello Stato, tutto travolto. Randazzo rimase isolata, senza luce, senza comunicazioni. I racconti di chi c’era parlano di fughe improvvise, di animali lasciati indietro, di cisterne esplose al contatto con la lava, di uomini che tentavano l’impossibile pur di salvare qualcosa. Ma contro quel fiume incandescente non c’era difesa.
A due chilometri dalla città
Il momento più drammatico arrivò quando la colata si avvicinò alla città, non fu un avvicinamento lento, fu improvviso, molti si accorsero del pericolo quando la lava era già a poche centinaia di metri, gli avvisi c’erano stati, ma non sempre erano arrivati dove serviva davvero. La colata percorse oltre sette chilometri, poi raggiunse l’alveo del fiume Alcantara. E lì accadde qualcosa che ancora oggi viene raccontato con un misto di stupore e gratitudine, la lava rallentò, esitò, si fermò. A un passo dal fiume. A un passo dalla città, Randazzo fu salva.
Il silenzio dopo il fuoco
Nei giorni successivi, l’Etna cominciò a calmarsi. L’attività continuò debolmente fino al 23 marzo, poi il silenzio tornò a posarsi sulla montagna. Ma non era più lo stesso silenzio, il paesaggio era cambiato: una cicatrice nera attraversava la terra. Strade interrotte, campi perduti, vite segnate. In totale, tra i 20 e i 30 milioni di metri cubi di lava erano stati riversati lungo il fianco del vulcano. Un evento relativamente contenuto nei numeri, ma devastante nella sua intensità.
Il ricordo che resta
Oggi, a distanza di 45 anni, quel giorno non è solo storia, è identità. Perché chi vive accanto all’Etna sa che il vulcano non è solo un elemento naturale, è presenza, è compagno e minaccia, è bellezza e forza primordiale. Il 17 marzo 1981 ha insegnato una lezione che non si dimentica: il confine tra normalità e catastrofe può essere sottile come una crepa nella roccia. Eppure, proprio in quel confine, nasce qualcosa di profondo: il rispetto, Randazzo non dimentica, non può. Perché quel giorno il fuoco si fermò a un passo dalla storia. E lasciò dietro di sé non solo distruzione, ma memoria. Una memoria viva, che ancora oggi racconta quanto potente, fragile e straordinario sia il legame tra l’uomo e la sua terra.
Alfio Papa
Luogo: Piazza Municipio, RANDAZZO, CATANIA, SICILIA




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