Randazzo, 28 dicembre 2025 –

C’è un momento dell’anno in cui le parole pesano di più. Accade a Natale, quando le luci accese nelle case ricordano che la famiglia non è soltanto un concetto giuridico, ma un luogo dell’anima. È in questo tempo sospeso, tra ciò che è stato e ciò che verrà, che da Randazzo ho sentito il bisogno di scrivere una lettera ai vertici dello Stato, indirizzata al Presidente della Repubblica e alla Presidente del Consiglio.

L’ho fatto da padre e da nonno, da cittadino qualunque, con una preoccupazione che mi accompagna da tempo: il destino delle famiglie fragili e dei bambini separati dai loro genitori. Non una protesta, non un atto d’accusa, ma una richiesta di ascolto. Le mie parole, volutamente misurate e rispettose, non chiedono risposte immediate, ma attenzione, umanità, equilibrio.

Scrivo consapevole che in Italia migliaia di minori vivono lontani dalle famiglie d’origine e che ogni allontanamento nasce, almeno nelle intenzioni, dal dovere di proteggere. Ma proprio la dimensione di questo fenomeno impone, a mio avviso, una riflessione collettiva che non può essere elusa.

Al centro della lettera ho richiamato una vicenda che ha profondamente colpito l’opinione pubblica: quella della cosiddetta “famiglia nel bosco” di Palmoli, in Abruzzo. Catherine Birmingham e Nathan Trevaillon, lei australiana, lui inglese, avevano scelto una vita radicale, lontana dai servizi moderni, educando i figli a casa, in un casolare isolato. Una scelta estrema, certamente discutibile, che nell’autunno del 2024 è precipitata in tragedia con il ricovero dei bambini per un’intossicazione da funghi. Da lì, l’intervento dei servizi sociali, la sospensione della responsabilità genitoriale, l’allontanamento dei minori.

Non entro nel merito giudiziario di quella storia. Non spetta a me assolvere o condannare. Ho cercato invece di porre una domanda più difficile: l’allontanamento è davvero sempre l’ultima strada, l’extrema ratio, dopo aver tentato ogni possibile forma di sostegno alla famiglia d’origine? Ho richiamato la Costituzione, negli articoli 29, 30 e 31, e la Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia, ma soprattutto un principio umano prima ancora che giuridico: un bambino non è solo un soggetto da proteggere, è una relazione da custodire.

C’è un passaggio della lettera che sento particolarmente mio, quello in cui accosto, con prudenza e rispetto, il legame spezzato di quella famiglia all’immagine universale di Giuseppe, Maria e Gesù Bambino. Non per retorica, ma per memoria collettiva: la consapevolezza che la famiglia, pur fragile e imperfetta, resta il primo luogo di cura e appartenenza.

Intanto, la vicenda di Palmoli sembra muoversi lentamente verso un possibile ricongiungimento. Compromessi, lavori di ristrutturazione, soluzioni abitative temporanee offerte dalla comunità locale. Segnali timidi, ma reali, di un percorso che prova a rimettere insieme ciò che si è frantumato. Ed è proprio qui che quella lettera trova, per me, il suo senso più profondo: ricordare alle istituzioni che la tutela non è solo sottrazione, ma anche accompagnamento; non solo protezione, ma possibilità di riscatto.

In un Paese spesso abituato a gridare, scegliere il rispetto e la fermezza può sembrare quasi un gesto fuori tempo. Eppure, affidando queste parole ai massimi rappresentanti dello Stato, ho voluto parlare in realtà a tutti noi. Per chiederci se siamo ancora capaci di guardare alle famiglie fragili non soltanto come problemi da gestire, ma come storie da comprendere.

Forse non sapremo se quella lettera cambierà una decisione o ispirerà un discorso ufficiale. Ma so che, in un inverno carico di domande, da una piccola città alle pendici dell’Etna è partito un messaggio semplice e potente: difendere i bambini significa anche non smettere di credere nelle loro famiglie. E, a volte, basta la voce di un nonno per ricordarcelo.

Alfio Papa


Luogo: Via Aldo Moro, 61, RANDAZZO, CATANIA, SICILIA

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