“Leggo da circa due mesi le cronache dei giornali narrare di una ‘Democrazia Cristiana in via di estinzione’, di una ‘diaspora di deputati, dirigenti di partito verso altre compagini politiche’ e di una ‘DC che rappresenta il passato’. Eppure ‘il Mostro’, narrato sulla pagina Facebook della Democrazia Cristiana, ha registrato, in due giorni, 200 mila visualizzazioni. I relitti, di solito, non diventano virali. Un post semplice che non parla di sentenze, tribunali o codici, che non è un’arringa garantista né una difesa giudiziaria. È un racconto, una favola rovesciata, una provocazione costruita sul più antico strumento della persuasione, il paradosso, scritto da Stefano Cirillo, amico di Cuffaro”. Lo dichiara Michele Simplicio, Presidente Movimento Giovanile della Democrazia Cristiana.
“Nella storia, l’ex leader politico non viene mai nominato diventa il personaggio simbolico del ‘Mostro’, metafora narrativa usata per ribaltare la prospettiva. Tutto ciò che potrebbe apparire sospetto agli occhi dell’opinione pubblica, il telefono che squilla senza tregua, l’assenza della patente, la casa sempre aperta, la presenza nei piccoli centri, l’ascolto delle richieste d’aiuto, viene raccontato come se fosse indizio di colpa, strategia di depistaggio o architettura di un presunto piano criminoso. Ma – continua – dietro l’ironia c’è una dimensione che raramente emerge nei titoli, la sofferenza dell’uomo e della sua famiglia, che ho percepito in questo periodo”.
“Una vicenda giudiziaria come questa, con i domiciliari confermati e l’incertezza del futuro, non è solo un fatto pubblico è qualcosa che si ripercuote nei momenti più intimi della vita quotidiana. Il dramma di vedere la propria immagine scossa – prosegue Simplicio -, il peso delle sospensioni e delle accuse, la difficoltà di spiegare ai propri cari ciò che accade, tutto questo segna profondamente chi è al centro della scena e chi sta accanto a lui nelle ore e nei giorni più difficili. Colpevole, da subito, senza nessun grado di giudizio, proprio perché è un ‘Mostro’. In molte condivisioni e commenti, al di là dei like e delle critiche politiche, si legge la testimonianza di persone che vedono in questa vicenda non solo un simbolo, ma una realtà di fragilità umana, di famiglie sospese tra giudizio pubblico e dolore privato, tra l’attesa di una decisione formale e il rumore dei pensieri. La viralità per il ritmo, ripetizioni, immagini concrete che restano impresse, lo stipendio da 600 euro che diventa 700 per sopravvivere, i bambini del Burundi trasformati in improbabili prove di una fuga internazionale. Un linguaggio semplice, popolare, più simile alla piazza che al Palazzo, che non chiede interpretazioni ma reazioni, condivisioni, prese di posizione. Così, il ‘Mostro’ smette di essere un personaggio e diventa specchio di un’epoca, l’anti-eroe che riflette in controluce le fragilità quotidiane di migliaia di famiglie, il lavoro sottopagato, la malattia, le richieste d’aiuto che spesso restano senza risposta”.
“Per questo il ‘Mostro’ non diventa virale come politico, ma come simbolo della gente, un cortocircuito perfetto tra ironia, indignazione, sofferenza e bisogno di umanità. Il ritratto di una Sicilia che non cerca eroi impeccabili, ma è decisivo capire chi resta umano. E, soprattutto, chi ascolta, quando gli altri scorrono oltre. E se il ‘Mostro’ ascolta, allora il punto non è la leggenda. Il punto è la verità che la gente sente sulla propria pelle, come è capitato a me di vedere tante volte: nessuno dimentica chi ascolta davvero. E quindi allargando la narrazione dal singolo alla nostra comunità, così come avviene nel finale del post, non si chiedono assoluzioni, ma la possibilità di identificarsi con chi non lascia indietro nessuno. Non si dice ‘assolvetelo’, ma ‘siamo tanti a credere che si possa restare liberi e forti senza chiudere le porte alla gente’. E fino a quando ci saranno donne e uomini che non chiuderanno le porte alla gente, la Democrazia Cristiana, anche dal mio punto di vista, continuerà ad esistere”, conclude Simplicio.
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