La battaglia legale e civile delle associazioni che notificano la diffida per entrambi i Termovalorizzatori di Catania e Palermo ed ottengono la prima ammissione alla CTS. Siamo pronti al ricorso al TAR.

La battaglia contro i mega-inceneritori previsti in Sicilia si trasforma in un fronte unico regionale. Le associazioni ambientaliste e civiche Rifiuti Zero Sicilia, Zero Waste Italy, Rinascimento Green, Europa Verde – Verdi Sicilia e Movimento Ecologista, già depositarie di osservazioni e di procedimenti legali a contrasto del Piano Rifiuti Regionale che vuole, tra l’altro gli inceneritori a Catania ed a Palermo, inviano una formale diffida ed atto di contestazione di illegittimità anche per il procedimento unico autorizzatorio (PAUR) aperto presso la Regione.

Un’azione coordinata necessaria, distinta nella forma ma unita negli scopi a quella annunciata anche da altre sigle come Legambiente, Italia Nostra, WWF di fronte a un modus operandi fotocopia per gli impianti di Palermo e Catania adottato dall’Amministrazione Regionale per blindare le due opere nel cuore del periodo feriale.


LA QUESTIONE PRINCIPALE: UN CONFRONTO AL BUIO SENZA PARERI NÉ OSSERVAZIONI

Al centro dell’attacco delle associazioni c’è un cortocircuito logico e procedurale clamoroso:

«In che modo un’audizione convocata prima che siano scaduti i termini per presentare le osservazioni può garantire un contraddittorio reale, informato e democratico?»

Spiegato in parole semplici e accessibili a tutti i cittadini: la Regione sta pretendendo di celebrare una “consultazione pubblica” sui progetti più complessi oggi in Sicilia a scatola chiusa.


Nel momento in cui si convocano le audizioni:

I cittadini e i tecnici non hanno ancora avuto il tempo materiale per esaminare la mole spaventosa di atti (ben 184 nuovi elaborati tecnici depositati a Ferragosto).

Non sono ancora noti né pubblicati i pareri tecnici compiuti dei vari enti di controllo ed esperti e non sono scaduti i termini per la presentazione di osservazioni e controdeduzioni (la scadenza per il deposito infatti è oggi 26 agosto).

Si chiede, di fatto, di esprimere un giudizio su impianti ad altissimo impatto sanitario e ambientale ed economico, e che avanzano sotto lo scudo di termini dimezzati e passaggi “sommari” senza consentire la partecipazione dei portatori di interesse. Un contraddittorio “al buio” che trasforma la partecipazione in una recita formale.


A denunciare le profonde storture dell’iter la dichiarazione di Aurelio Angelini socio onorario di Rifiuti Zero Sicilia e Presidente del Movimento Ecologista:

«Sotto il profilo strettamente procedurale e di legittimità istruttoria, ci troviamo di fronte a una palese visuale di stortura. Convocare un’audizione pubblica prima che sia decorso il termine legale per le osservazioni e prima che siano stati acquisiti e resi ostensibili i pareri tecnici obbligatori degli enti di controllo — come ARPA, ASP e Soprintendenze — non è solo un’anomalia, ma un cortocircuito che svuota di senso l’intero impianto valutativo. Un contraddittorio tecnico richiede un quadro conoscitivo completo; pretendere come fa la Regione che ci si esprima a scatola chiusa annulla alla radice l’efficacia dell’analisi.»


IL PRIMO RISULTATO INCISIVO: LA CTS COSTRETTA A DICHIARARE LA NATURA DELLA CONVOCAZIONE

L’azione delle associazioni ha ottenuto nella giornata di ieri un risultato politico e procedurale decisivo: la Commissione Tecnico-Scientifica (CTS) è stata costretta ad ammettere formalmente che l’incontro svolto ha la sola natura di audizione informale e NON di Inchiesta Pubblica.

Viene così smontata la manovra propagandistica con cui la CTS aveva cercato di confondere e assimilare i due procedimenti per far passare una semplice audizione di un paio d’ore come il massimo grado di consultazione previsto dalla legge. L’Inchiesta Pubblica vera e chiesta da tutte le associazioni (ex art. 24-bis del D.Lgs. 152/2006) è un’istruttoria rigorosa che dura fino a 90 giorni, richiede un’analisi approfondita di tutti i pareri prescrittivi e si chiude obbligatoriamente con una relazione e un giudizio sui risultati. Cambio di nome negato: la farsa è stata svelata.

Sui rischi amministrativi e gli interessi in gioco interviene Manuela Leone Referente per la Sicilia di Zero Waste Italy:

«Questa condotta trasforma la partecipazione pubblica da fondamentale presidio di garanzia a mera formalità burocratica da sbrigare il prima possibile. Questo incedere è una delle più palesi manifestazioni di una gestione approssimativa che, pur di accelerare l’iter, mortifica il rigore dell’istruttoria, calpesta i principi di trasparenza previsti dalle direttive europee e nazionale e subordina l’interesse per la salute e le tasche dei cittadini a quello delle lobby economiche che beneficeranno di questo mastodontico sperpero di denaro pubblico lievitato già dagli 800 milioni iniziali al 1 miliardo di euro.»


L’IMPATTO POLITICO, ECONOMICO E L’ASSENZA DI GIUSTIZIA CLIMATICA

Oltre al piano giuridico, la contestazione investe le scelte strategiche e l’impatto a lungo termine della politica regionale sui rifiuti e sull’ambiente.

Sulle ricadute economiche e di pianificazione intervengono anche Fabio Giambrone e Pietro Calderaro per l’esecutivo di Europa Verde – Verdi Sicilia:

«Pretendere l’analisi di 184 elaborati tecnici in 15 giorni a Ferragosto è una farsa che trasforma la partecipazione pubblica in un adempimento di facciata. Ma lo scontro è soprattutto politico: blindare la Sicilia con due mega-inceneritori significa ipotecare per decenni la gestione dei rifiuti e condannarla. Continuare a puntare sui grandi impianti di incenerimento significa scegliere un modello obsoleto che affosserà per decenni le politiche regionali sui rifiuti, i conti dei Comuni e i costi per i cittadini, con espressa e definitiva rinuncia allo sviluppo di una vera economia circolare e della sostenibilità ambientale. La Regione si fermi e si apra un confronto reale.»


Incalza infine il profilo della tutela ambientale e della transizione energetica Stephanie Brancaforte di Rinascimento Green, già direttrice di Change.org:

«Imporre due grandi impianti di incenerimento a Catania e Palermo significa posizionare la Sicilia dalla parte sbagliata della storia e della crisi climatica. Dietro questa scelta vi è una totale assenza di giustizia climatica: a pagare il prezzo più alto in termini di inquinamento, rischi sanitari e costi ambientali saranno ancora una volta i territori più fragili e le comunità locali, sottomesse a decisioni calate dall’alto. Non c’è transizione né equità nel continuare a bruciare le risorse: la vera giustizia climatica si misura sulla capacità di ridurre i rifiuti alla fonte, tutelare la salute collettiva e non ipotecare anche economicamente il futuro dei nostri territori

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