La nuova Legge di Bilancio è entrata subito in azione e i suoi effetti si vedono direttamente in busta paga. Niente attese, niente conguagli a fine anno. Per milioni di lavoratori pubblici, il cambiamento è immediato.

Già dal primo cedolino dell’anno, infatti, scatta la riduzione dell’Irpef per una fascia ampia di redditi e, per chi lavora nella scuola e nella ricerca, arrivano anche gli aumenti contrattuali e il pagamento degli arretrati maturati negli anni precedenti.

Una combinazione di misure che interessa soprattutto i dipendenti gestiti da NoiPA, il sistema che cura le retribuzioni di gran parte della Pubblica amministrazione. Ma cosa significa, in termini pratici, per il portafoglio dei lavoratori? E quanto pesa davvero questo intervento sul potere d’acquisto?

La nuova Irpef entra subito in busta paga

La novità più rilevante riguarda l’Irpef, l’imposta sul reddito delle persone fisiche. Dal 2026 l’aliquota del secondo scaglione si riduce dal 35% al 33% per la parte di reddito compresa tra 28.000 e 50.000 euro annui.

La differenza rispetto al passato è sostanziale. Questa volta il beneficio fiscale non arriva a posteriori, tramite dichiarazione dei redditi o conguagli di fine anno. L’effetto è immediato: il taglio dell’imposta si riflette direttamente nel netto mensile.

Per molti lavoratori significa vedere qualche euro in più già nello stipendio di gennaio. Un aumento graduale, certo, ma costante mese dopo mese. Chi si colloca appena sopra i 28.000 euro percepirà un vantaggio più contenuto, mentre il beneficio cresce avvicinandosi alla soglia dei 50.000 euro.

Secondo le stime ufficiali, il vantaggio massimo teorico può arrivare a 440 euro l’anno per chi è vicino al limite superiore dello scaglione. Una cifra che, spalmata su dodici mesi, non stravolge il bilancio familiare, ma incide sul netto percepito.

Chi beneficia del taglio Irpef e quanto vale davvero

Il governo stima che la riduzione dell’Irpef interessi circa 13,6 milioni di contribuenti, in larga parte lavoratori dipendenti e pensionati. Una platea ampia, ma con effetti diversi a seconda del reddito.

In termini concreti:

  • per chi guadagna poco più di 28.000 euro l’anno, l’aumento mensile è limitato;
  • per chi si avvicina ai 50.000 euro, il beneficio diventa più visibile;
  • sotto i 28.000 euro, l’effetto si riduce a poche decine di euro l’anno.

Combinando il taglio dell’Irpef con altre misure fiscali previste dalla Manovra, un lavoratore nella fascia 28.000–50.000 euro può arrivare a un incremento complessivo di 500–600 euro annui. Importi più elevati sono possibili in presenza di straordinari, premi di produttività o aumenti contrattuali consistenti.

Scuola e ricerca: gennaio mese chiave per stipendi e arretrati

Per il comparto Istruzione e Ricerca, gennaio 2026 rappresenta un passaggio particolarmente importante. Sul cedolino compaiono infatti due voci attese da tempo:

  • Gli aumenti tabellari previsti dal nuovo Contratto collettivo nazionale di lavoro.
  • Il pagamento degli arretrati relativi agli anni 2024 e 2025.

Il contratto, firmato il 23 dicembre presso l’ARAN, riguarda il triennio 2022–2024 e coinvolge docenti, personale Ata, ricercatori e personale Afam.

Gli stipendi aggiornati vengono accreditati a partire dal 23 gennaio, mentre gli arretrati sono liquidati tramite un’emissione speciale con esigibilità entro gennaio 2026. Un’iniezione di liquidità che, per molti, arriva dopo una lunga attesa.

Una tantum di febbraio: a chi spettano e quanto valgono

Non è tutto. A febbraio è previsto anche il pagamento delle somme una tantum stabilite dall’articolo 16 del CCNL. Gli importi sono differenziati:

  • 111,70 euro lordi per i docenti;
  • 270,70 euro lordi per il personale Ata.

Sia gli arretrati sia le una tantum saranno tassati con il regime della tassazione separata, una modalità che evita di appesantire eccessivamente l’imposizione fiscale complessiva.

Attenzione però ai requisiti. Il diritto agli importi è subordinato a due condizioni precise:

  • il rapporto di lavoro deve essere iniziato entro il 31 dicembre 2023;
  • non deve essere cessato prima delle date previste per il pagamento.

Un dettaglio che riguarda migliaia di lavoratori precari o con contratti a termine.

Il nodo del fiscal drag e il potere d’acquisto

Nonostante gli interventi fiscali, il contesto resta complesso. Il taglio dell’Irpef arriva infatti in un periodo ancora segnato dal fiscal drag, il meccanismo per cui l’aumento dei redditi nominali, spesso legato all’inflazione, comporta una maggiore tassazione senza un reale guadagno in termini di potere d’acquisto.

Dal 2021 a oggi, secondo le principali stime, i salari reali hanno perso circa l’8,8%. In altre parole, anche quando lo stipendio aumenta, il costo della vita cresce più velocemente.

In questo quadro, le misure del 2026 rappresentano un parziale recupero. Utile, ma insufficiente a colmare le perdite accumulate negli anni più duri dell’inflazione.

Lo sapevi che…?

  • Il sistema NoiPA gestisce ogni mese gli stipendi di oltre 2 milioni di dipendenti pubblici.
  • Il fiscal drag non è una tassa aggiuntiva, ma un effetto “collaterale” dell’inflazione.
  • La tassazione separata sugli arretrati serve a evitare che somme concentrate in un solo mese facciano scattare aliquote più alte.

FAQ – Le domande più cercate su Google

Il taglio Irpef vale anche per i pensionati?
Sì, rientrano anche i pensionati con redditi compresi tra 28.000 e 50.000 euro.

Gli aumenti per la scuola sono definitivi?
Sì, gli aumenti tabellari fanno parte del CCNL e restano nello stipendio.

Gli arretrati vanno restituiti?
No, sono somme dovute per anni già lavorati.

Chi ha un contratto a termine riceve la una tantum?
Solo se il contratto è iniziato entro il 31 dicembre 2023 e non è cessato prima delle date previste.

Il beneficio Irpef aumenta con straordinari e premi?
Sì, perché cresce la parte di reddito interessata dallo scaglione agevolato.

Fonte: Il Messaggero.