Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove ha rassegnato le dimissioni. La decisione arriva con una comunicazione ufficiale in cui rivendica il proprio operato ma riconosce una responsabilità personale.

“Ho consegnato oggi le mie irrevocabili dimissioni da sottosegretario alla giustizia. Ho sempre combattuto la criminalità, anche con risultati concreti e importanti e pur non avendo fatto niente di scorretto, ho commesso una leggerezza a cui ho rimediato non appena ne ho avuto contezza. Me ne assumo la responsabilità, nell’interesse della Nazione, ancor prima che per l’affetto e il rispetto che nutro verso il governo e verso il Presidente del Consiglio”.

Quindi, nessuna ammissione di illecito ma il riconoscimento di un errore politico.

Il nodo della società e i legami contestati

Le dimissioni sono legate alla partecipazione di Delmastro in una società coinvolta nella gestione di un ristorante. La società risultava intestata alla figlia diciottenne di Mauro Caroccia, persona collegata al Clan dei Senese.

La posizione del Partito Democratico: “atto dovuto ma non basta”

Il Partito Democratico considera le dimissioni un passaggio inevitabile ma non sufficiente a chiudere la vicenda.

Domenico Rossi, segretario regionale del PD Piemonte, ha dichiarato che si tratta “dell’unico esito politico possibile”, ma ha rilanciato il caso a livello locale. Nel mirino finiscono altri esponenti coinvolti nello stesso assetto societario.

Rossi ha indicato in particolare la vicepresidente regionale Elena Chiorino e il consigliere Davide Zappalà, chiedendo che seguano lo stesso percorso: “Non esistono due pesi e due misure: Chiorino segua l’esempio di Delmastro e rassegni immediatamente le dimissioni”.

L’attacco sulla gestione del caso: “narrazione autoassolutoria”

Ancora più dura la posizione della senatrice Enza Rando, responsabile Legalità del PD. La critica si concentra sul tono della dichiarazione di Delmastro: “Le dimissioni di Andrea Delmastro Delle Vedove da sottosegretario alla Giustizia arrivano tardi e non possono essere accompagnate da una narrazione autoassolutoria. Dire ‘non ho fatto niente’ significa non comprendere la gravità dei fatti emersi e conferma l’inadeguatezza a ricoprire un incarico istituzionale così delicato”.

Rando richiama elementi specifici emersi nei giorni precedenti: da un lato la mancata dichiarazione di una società alla Camera, dall’altro i rapporti societari con soggetti legati a contesti familiari vicini a clan

La conclusione è netta: “Altro che ‘niente’, ha fatto tanto e le dimissioni dovevano arrivare subito”.