Quarantotto ore dopo le accuse del presidente azero Ilham Aliyev su un presunto raid iraniano contro l’Azerbaigian, la tensione tra i due Paesi resta elevata. Il nodo diplomatico riguarda un episodio che, secondo Baku, rappresenterebbe un’aggressione diretta. Teheran respinge invece ogni responsabilità. Nel mezzo, una dichiarazione del presidente iraniano Masoud Pezeshkian interpretata da molti osservatori come un tentativo di raffreddare il confronto (persino da Donald Trump stesso).

Il passaggio chiave riguarda una presa di posizione pubblica con cui Pezeshkian ha assicurato che l’Iran non intende colpire Paesi confinanti – Azerbaigian compreso – salvo il caso di una provocazione armata diretta (e lo è anche l’uso delle basi statunitensi per lanciare gli attacchi). La dichiarazione è arrivata in un momento delicato, quando il rischio di un allargamento della crisi verso il Caucaso meridionale stava diventando concreto.

Le accuse di Aliyev e la richiesta di scuse formali

Il presidente azero Ilham Aliyev ha portato la questione su un piano esplicitamente politico. Secondo la versione presentata da Baku, l’Azerbaigian disporrebbe di prove che dimostrerebbero il coinvolgimento iraniano in operazioni militari sul proprio territorio.

Per questo motivo Aliyev ha chiesto pubblicamente scuse ufficiali, lasciando intendere che in assenza di una risposta formale l’Azerbaigian potrebbe reagire con misure di ritorsione.

La posizione del governo azero ha immediatamente alzato il livello dello scontro diplomatico. Il rischio era quello di aprire un nuovo fronte regionale proprio mentre la guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele si estende nel Golfo Persico.

La smentita dei Pasdaran

La risposta iraniana è arrivata quasi subito attraverso il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, il corpo militare che rappresenta uno dei pilastri della sicurezza nazionale della Repubblica islamica.

I Pasdaran hanno negato categoricamente qualsiasi coinvolgimento in operazioni militari sul territorio azero.

La smentita è stata formulata in termini netti e senza ambiguità. Secondo la versione iraniana, non esisterebbero operazioni cinetiche condotte contro l’Azerbaigian e le accuse di Baku non troverebbero riscontro nei fatti.

Questo contrasto tra le due narrazioni ha creato una situazione di forte incertezza diplomatica.

La dichiarazione di Pezeshkian: tentativo di raffreddare la crisi

In questo contesto si inserisce l’intervento del presidente iraniano Masoud Pezeshkian.

Il capo dello Stato ha precisato che l’Iran non attaccherà Paesi vicini se non in risposta a una provocazione militare diretta. La dichiarazione ha un significato preciso sul piano geopolitico: ridurre la percezione di minaccia tra i Paesi confinanti e impedire che l’Azerbaigian interpreti la situazione come un preludio a nuove operazioni militari.

Molti analisti hanno letto queste parole come un passo indietro diplomatico.

Non si tratta di un’ammissione di responsabilità, ma piuttosto di un segnale volto a stabilizzare la regione del Caucaso meridionale.

Il chiarimento delle Forze Armate iraniane

Subito dopo la dichiarazione presidenziale è intervenuto anche il portavoce delle Forze Armate iraniane.

Il comando militare ha confermato la linea espressa dal presidente, specificando che l’impegno riguarda i Paesi confinanti «che non sono stati attaccati e che non saranno attaccati».

In altre parole, Teheran ribadisce di non riconoscere alcuna responsabilità per gli episodi denunciati da Baku, ma allo stesso tempo segnala di non avere interesse ad aprire un nuovo fronte militare nel Caucaso. Mentre resta caldo e soprattutto attivo quello nel Golfo Persico.

Il messaggio rivolto al Nord, non al Golfo

Un elemento chiave per interpretare la dichiarazione di Pezeshkian, infatti, riguarda il suo perimetro.

Il messaggio è indirizzato esclusivamente ai vicini settentrionali, quindi all’Azerbaigian e al Caucaso. Non riguarda invece le monarchie del Golfo Persico.

Questo punto è fondamentale perché in quell’area l’Iran ha già rivendicato diverse operazioni militari negli ultimi giorni (che non si sono fermate).

In altre parole, la distensione riguarda il dossier caucasico, non il teatro del Golfo.