Oggi, 10 marzo, al dodicesimo giorno di guerra, l’Iran ha spostato il conflitto su un terreno che tocca direttamente le bollette di mezza Europa. Ali Mohammad Naini, portavoce del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, ha dichiarato che “le forze armate iraniane non consentiranno l’esportazione di un solo litro di petrolio dalla regione al campo nemico e ai suoi partner fino a nuovo avviso”. Non è uno scenario ipotetico: le navi ferme all’imbocco del Golfo Persico sono già circa mille, per un valore stimato di oltre 25 miliardi di dollari secondo i dati della Lloyd’s Market Association.
A questa dichiarazione si sovrappone una mossa di natura diversa, più elaborata sul piano strategico: secondo una fonte interna alla leadership iraniana riferita alla CNN, Teheran sta finalizzando un sistema di “dazi di sicurezza” da imporre alle petroliere e alle navi commerciali appartenenti ai paesi alleati degli Stati Uniti che transitano nel Golfo Persico. Non un blocco totale, ma un regime selettivo di controllo: chi paga transita, chi non paga — o appartiene al “campo nemico” — no.
La stessa fonte ha precisato alla CNN che lo Stretto di Hormuz è, nei fatti, “chiuso”, e ha aggiunto: “Abbiamo in mano il controllo del prezzo globale del petrolio e per molto tempo gli Stati Uniti dovranno aspettare che le nostre azioni controllino il prezzo. I prezzi dell’energia sono diventati instabili e continueremo a lottare finché Trump non dichiarerà la sconfitta”.
Il ministro degli Esteri iraniano nega. Ma i dati marittimi dicono altro
Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha fornito una versione opposta in un’intervista alla PBS americana: “La produzione e il trasporto di petrolio sono rallentati o si sono fermati non a causa nostra, ma a causa degli attacchi e dell’aggressione degli israeliani e degli americani contro di noi”. E ha aggiunto: “Sono loro ad aver reso insicura l’intera regione ed è per questo che petroliere e navi hanno paura di attraversare lo stretto di Hormuz. Noi non abbiamo chiuso questo stretto. Non stiamo impedendo la navigazione in questo stretto”.
La posizione di Araghchi — Iran come vittima del caos che ha creato — stride con quanto documentato dai sistemi di monitoraggio marittimo indipendenti. Dal 2 marzo 2026 Maersk, Hapag-Lloyd, MSC e CMA CGM hanno sospeso i transiti nel Golfo Persico e nel Mar Rosso dopo gli attacchi a petroliere del 1° marzo. Circa 170 portacontainer sono state deviate via Capo di Buona Speranza, con un allungamento medio di dieci giorni sulla rotta Asia-Europa. I transiti nello stretto sono crollati dell’81%. I club assicurativi internazionali applicano premi di guerra tra 300mila e 400mila dollari per singolo viaggio su una superpetroliera VLCC — quando coperture ci sono.
Il settore marittimo internazionale ha classificato lo Stretto di Hormuz, il Golfo di Oman e il Golfo Persico come “zone di operazioni belliche“: una designazione che conferisce ai marittimi il diritto di rifiutare l’imbarco e di essere rimpatriati a spese dell’armatore.
Trump risponde: “Morte, Fuoco e Furia”
Donald Trump ha pubblicato su Truth due messaggi ravvicinati. Il primo ha stabilito il perimetro della minaccia: se l’Iran “fermasse il flusso di petrolio nello Stretto di Hormuz”, verrebbe colpito “venti volte più forte” di quanto fatto finora. Il secondo ha precisato cosa significherebbe nella pratica: “Distruggeremo obiettivi facilmente distruggibili che renderebbero virtualmente impossibile per l’Iran ricostruirsi, come nazione. Morte, Fuoco e Furia regnerebbero su di loro. Ma spero, e prego, che ciò non accada! Questo è un regalo Usa alla Cina e a tutte le nazioni che sfruttano intensamente lo Stretto di Hormuz. Spero sia un gesto che sarà molto apprezzato”.
La formulazione — minaccia estrema accompagnata da un appello alla gratitudine cinese — riflette la lettura geopolitica dell’amministrazione Trump: mantenere aperto Hormuz serve all’Asia ancora più che all’Occidente, dato che circa il 70% del petrolio che vi transita è diretto in Cina, Giappone, India e Corea del Sud. Rendere Pechino debitrice di quella garanzia è un calcolo diplomatico che Trump ha esplicitato pubblicamente.
Nel frattempo, i negoziati tra Washington e Teheran sono stati dichiarati formalmente chiusi dall’Iran. “Non sono più all’ordine del giorno”, ha detto Araghchi. I Pasdaran hanno aggiunto che “saremo noi a decidere quando finirà la guerra”.
Aramco: “La crisi più grande di sempre per l’industria petrolifera”
Amin Nasser, amministratore delegato di Saudi Aramco, ha rilasciato una valutazione che non ammette eufemismi: “Sebbene in passato abbiamo dovuto affrontare interruzioni, questa è di gran lunga la crisi più grande che l’industria petrolifera e del gas della regione abbia mai dovuto affrontare”. Le parole arrivano da una conferenza stampa post-risultati 2025 e rappresentano la posizione ufficiale della prima compagnia petrolifera del pianeta per capitalizzazione.
Il quadro che emerge dai mercati energetici al 10 marzo è coerente con quella valutazione. Il Brent ha segnato un rialzo superiore al 13% nelle prime ore del conflitto, poi ha oscillato violentemente: nelle contrattazioni serali negli Stati Uniti cedeva il 9,27% a 89,79 dollari — sotto quota 90 — dopo le parole di Trump. Goldman Sachs stima che un blocco protratto per circa un mese potrebbe far salire i prezzi del gas europeo fino al 130%. Le riserve di stoccaggio europee a fine febbraio 2026 erano a 46 miliardi di metri cubi, contro i 60 del 2025 e i 77 del 2024.
Per l’Italia il conto è diretto: nel 2025 circa il 25% del GNL consumato nel paese proveniva dal Qatar, e tutto quel gas transita per Hormuz. ENI ha contratti a lungo termine con Doha per forniture fino a 1,5 miliardi di metri cubi annui per 27 anni a partire da quest’anno.






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