Il termine circola da giorni sui social e sui media italiani, spesso senza una definizione precisa. “Lockdown energetico” non è una misura già adottata da nessun governo europeo, tantomeno dall‘Italia. Non c’è una data, non c’è un piano ufficiale con questo nome. Quello che esiste, però, è una crisi energetica reale, con numeri concreti: il Brent ha raggiunto 117 dollari al barile, il gas europeo è salito del 56% in poche settimane, e il 9 aprile è atteso l’ultimo carico di cherosene dal Kuwait destinato ai mercati europei.
Cosa significa davvero “lockdown energetico”
L’espressione richiama per analogia le restrizioni del 2020, ma funziona in modo diverso. Non si parla di un confinamento obbligatorio simile a quello della pandemia: più realisticamente, rimanda a interventi che potrebbero incidere su mobilità, consumi e organizzazione del lavoro, senza tradursi in un obbligo generalizzato a restare nelle proprie abitazioni.
In pratica, uno scenario di razionamento energetico potrebbe tradursi in: tetti massimi ai consumi domestici di gas ed elettricità, stop o rallentamento delle industrie più energivore, limitazioni al riscaldamento e all’illuminazione pubblica, restrizioni alla mobilità privata. Non tutto insieme, non tutto subito. La logica sarebbe quella di misure graduate, applicate per settore e per urgenza.
Il Commissario UE per l’Energia Dan Jørgensen ha già scritto ai 27 governi dell’Unione, raccomandando formalmente di prepararsi a uno scenario più critico. Ha invitato governi e cittadini ad adottare comportamenti volti a ridurre i consumi: maggiore ricorso ai mezzi pubblici, smart working, car sharing e limitazione degli spostamenti. Non sono, comunque, ancora obblighi.
La radice della crisi: Hormuz e il Qatar
Il centro di gravità di questa crisi è lo Stretto di Hormuz: attraverso questo corridoio transita oltre il 20% del GNL mondiale e più di 20 milioni di barili di petrolio al giorno. L’Iran, che ne controlla l’accesso, ha di fatto chiuso le rotte agli operatori che non rispettano le sue condizioni, innescando una reazione a catena sui prezzi globali.
Fabio Panetta, Governatore della Banca d’Italia e membro del Consiglio direttivo della BCE, ha avvertito che le interruzioni nelle catene di approvvigionamento energetico renderanno il ritorno alla normalità estremamente lento: le proiezioni più severe indicano che ogni ipotesi di ripresa economica globale potrebbe slittare almeno fino al 2027. Panetta ha precisato che anche un cessate il fuoco rapido non basterebbe: i tempi tecnici per ripristinare la capacità estrattiva e riattivare l’intera filiera sarebbero comunque lunghi.
Il precedente del 1973: quando l’Italia fermò le auto di domenica
Non è la prima volta che l’Europa affronta uno choc energetico di questa portata. Era il 1973. L’embargo petrolifero arabo, figlio della guerra del Kippur, costrinse l’Italia — e mezza Europa — a misure che nessuno avrebbe immaginato possibili fino al giorno prima: domeniche senza auto, benzina razionata, riscaldamenti limitati per decreto, fabbriche ferme.
La differenza rispetto ad oggi è strutturale: i consumi energetici sono enormemente aumentati rispetto a cinquant’anni fa, con la diffusione di internet, intelligenza artificiale, domotica, telefonia mobile e condizionatori d’aria. Ridurre il consumo oggi richiede uno sforzo organizzativo più complesso di quanto non fosse nel 1973. Ma il precedente dimostra che i governi, in situazioni estreme, hanno gli strumenti per intervenire.
Le misure raccomandate dall’UE: dal car sharing ai voli
Le raccomandazioni già circolate dal Commissario Jørgensen si concentrano principalmente sul comparto dei trasporti e dei carburanti. Le sei misure indicate sono: ridurre l’uso di diesel e carburanti per l’aviazione, incentivare lo smart working e il lavoro da remoto, limitare gli spostamenti non necessari, favorire trasporto pubblico e car sharing, valutare limiti di velocità più bassi, scoraggiare i voli quando esistono alternative ferroviarie o di altro tipo.
Il Commissario ha anche inviato una lettera ai governi, visionata in anteprima da Politico, raccomandando formalmente di limitare l’uso dei trasporti per compensare le perdite.
Per ora nessuna di queste misure è obbligatoria in Italia. Ma la distanza tra “raccomandata” e “obbligatoria” dipende interamente dall’evoluzione del conflitto nelle prossime settimane.
Perché la Sicilia è più esposta del resto d’Italia
L’Italia importa circa il 75% del suo fabbisogno energetico netto ed è tra i Paesi europei più esposti alla crisi. In questo quadro, la Sicilia occupa una posizione di particolare vulnerabilità: isola nel senso fisico del termine, senza collegamento diretto alle reti del gas continentale e con una dipendenza pressoché totale da forniture via mare. I porti siciliani — Palermo, Augusta, Catania, Pozzallo — sono nodi di ingresso di carburanti e prodotti raffinati. Se i flussi dal Golfo si restringono, l’effetto sull’isola arriva prima e con meno ammortizzatori rispetto al Nord.
Il Governo italiano ha già esteso il funzionamento delle centrali a carbone di Brindisi e Civitavecchia fino al 2038 come riserva di capacità d’emergenza. Ma si tratta di impianti lontani, e la trasmissione verso il Sud dipende da infrastrutture di rete che non sono state aggiornate con la stessa velocità con cui la crisi si è materializzata.
Cosa può succedere nelle prossime settimane
Tre scenari restano aperti. Nel primo — che si potrebbe definire di gestione ordinata — la crisi si stabilizza entro maggio, le misure restano volontarie e l’Italia non va oltre la proroga delle accise. Nel secondo, il conflitto si prolunga oltre l’estate: arriverebbero misure più stringenti, probabilmente targhe alterne, tetti ai consumi industriali e riduzione obbligatoria delle temperature negli edifici pubblici. Nel terzo scenario — quello che gli analisti chiamano “complesso” — si applicherebbe un vero razionamento del carburante con stop alla circolazione uno o due giorni a settimana e un impatto stimato sul PIL locale tra il -1,5% e il -2%.
Il direttore esecutivo della IEA, Fatih Birol, ha definito la situazione “molto grave” e ha avvertito che il mondo potrebbe trovarsi davanti alla peggiore crisi energetica degli ultimi decenni — con 11 milioni di barili al giorno persi oggi, contro i cinque milioni per ciascuna delle due crisi degli anni Settanta.
Il 9 aprile è la prima data concreta da tenere segnata: quel giorno arriva l’ultimo carico di cherosene dal Kuwait. Quello che succede dopo dipenderà da quanto resterà aperto o chiuso lo Stretto di Hormuz.






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