Dal 31 marzo scorso, il distretto di Mpanda, nel nord del Burundi, al confine con la Repubblica Democratica del Congo, registra casi di una malattia che i laboratori non riescono ancora a classificare. Al 13 aprile, il bilancio ufficiale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità è di cinque morti e trentacinque persone colpite. Non è Ebola. Non è il virus di Marburg. Non è febbre gialla, né febbre della Valle del Rift, né febbre emorragica di Crimea-Congo. Tutti i principali agenti patogeni noti per focolai nella regione sono stati esclusi dai test. Quello che rimane è un’incognita.
Cosa sappiamo dei sintomi e della trasmissione
I pazienti arrivano ai centri sanitari di Mpanda con febbre alta, vomito, diarrea, sangue nelle urine, dolori addominali e affaticamento severo. Nei casi più gravi si osservano ittero e anemia. Il quadro clinico non è generico: la presenza di sangue nelle urine – ematuria – in associazione con ittero orienta verso un coinvolgimento renale o epatico che i medici locali definiscono “allarmante”.
I casi finora segnalati riguardano principalmente nuclei familiari e i loro contatti stretti. Questo dato è letto in due modi opposti dagli esperti: da un lato suggerisce trasmissione da contatto diretto o esposizione comune (ambientale, alimentare, idrica); dall’altro non esclude ancora una trasmissione interumana con periodo di incubazione non ancora determinato.
I primi episodi sono stati registrati il 28 marzo nelle colline di Kibuye e Rugazi. Le autorità burundesi hanno ricevuto l’allarme formale il 31 marzo. I campioni per le analisi di laboratorio sono stati prelevati il 6 aprile.
La risposta dell’OMS e del governo burundese
La ministra della Salute del Burundi, Lydwine Badarahana, si è recata personalmente a Mpanda l’11 aprile. Il giorno stesso ha dichiarato: i risultati di tutti i test condotti fino a quella data sono negativi per le malattie emorragiche maggiori. L’OMS, da parte sua, ha confermato il dispiegamento di un team congiunto di esperti nazionali e internazionali nell’area.
L’agenzia ONU sta supportando il ministero burundese su quattro fronti: sorveglianza epidemiologica sul campo, indagini di laboratorio, gestione clinica dei pazienti e potenziamento della diagnostica locale. Un comunicato dell’African Media Agency datato 13 aprile – distribuito dall’ufficio OMS di Ginevra – formalizza questi interventi.
Va segnalato un dettaglio non secondario: l’OMS aveva pubblicato giovedì 9 aprile una prima nota ufficiale sul focolaio, successivamente rimossa dal sito senza spiegazioni. La notizia è stata tuttavia ripresa e confermata da multiple agenzie internazionali prima della rimozione, incluso il comunicato via African Media Agency del 13 aprile che costituisce ad oggi la fonte istituzionale più recente e verificabile.
Mpanda non è una localizzazione casuale. Il confine con la RDC in quell’area registra traffico quotidiano di persone, merci e animali. Le rotte che partono da questa zona del Burundi orientale attraversano l’Africa centrale verso nord e, tramite il corridoio saheliano o le rotte del Corno d’Africa, raggiungono le coste del Mediterraneo.
Il Burundi, inoltre, affronta anche una recrudescenza di colera: oltre 3.500 casi nel 2025 con trasmissione ancora attiva nel 2026. In questo contesto, la capacità diagnostica locale è sotto pressione da mesi prima che il focolaio di Mpanda emergesse.
Cosa rimane da determinare
Le ipotesi ancora sul tavolo includono – secondo le analisi epidemiologiche disponibili – leptospirosi, dengue, malaria grave con complicanze renali, avvelenamento da agenti chimici o biologici di origine ambientale, e la possibilità di co-infezione da più agenti contemporaneamente. Quest’ultima ipotesi è stata avanzata in situazioni analoghe (la malattia sconosciuta della RDC nel 2024-2025 si è rivelata in molti casi una co-infezione malaria-malnutrizione).
Quello che manca, al momento, è l’identificazione del patogeno. Senza di essa, le misure di contenimento sono per forza di cose preventive e generiche: isolamento dei nuclei colpiti, sorveglianza dei contatti, igiene rafforzata. Non è possibile sviluppare un trattamento specifico, né definire con precisione il rischio di diffusione oltre confine.
Gavi – l’organizzazione che gestisce i programmi vaccinali nei paesi in via di sviluppo – ha dichiarato di collaborare con l’OMS nell’indagine. Un portavoce ha sottolineato che “focolai come questi evidenziano l’importanza degli investimenti nei sistemi di risposta rapida.






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