C’era una volta il Festival in cui “i bambini facevano oh”. Oggi, racconta Ermal Meta, accade il contrario. “Quelli che fanno rumore sono gli adulti, ed è paradossale”.

Il cantautore porta sul palco dell’Ariston Stella Stellina, un brano dedicato a una bambina di Gaza e al dramma della popolazione palestinese. Un testo che chiama in causa la responsabilità collettiva e il rumore di fondo del nostro tempo.

“Non penso che stia passando sotto silenzio, ma penso che il silenzio è il grande tema del mondo di oggi che noi viviamo. La canzone porta con sé il paradosso, quello del mondo che viviamo oggi. Viviamo uno scrolling continuo, feste, macchine, poi bambini che muoiono, poi cantanti, sport, e ancora bambini che muoiono. Io ho fatto una canzone così, uno specchio del mondo che viviamo. È paradossale che nel mondo di oggi gli adulti facciano più rumore dei bambini, questo da genitore mi preoccupa ancora di più. Forse il pessimismo è un modo come un altro per proteggersi dal futuro”.

Ermal Meta mette al centro il contrasto tra intrattenimento e tragedia e denuncia l’assuefazione alle immagini di guerra che scorrono sugli schermi accanto alla leggerezza dello spettacolo.

Oggi non si può dire Gaza, Palestina, come se fosse una bestemmia, la vera bestemmia è che vengano cancellate”, incalza l’artista, secondo il quale “la primavera è la speranza, coincide con la fine dell’inverno. Tutto è ciclico, poi torna l’inverno. Forse oggi stiamo vivendo l’inverno dell’umanità. Ma ce ne importa fino a un certo punto. Ho letto tante critiche nei confronti di questa canzone, ma non è questo che mi interessa, nemmeno quelle positive. Mi interessa dirlo e sentirmi libero di tenere fede al mio impegno di cantautore, quello di essere fedele a me stesso”.

Parole che aprono un fronte delicato. Il conflitto israelo-palestinese resta uno dei temi più divisivi nel dibattito pubblico internazionale. Portarlo sul palco più seguito d’Italia significa esporsi. Meta lo sa. E non arretra.

Eurovision, Israele e il valore di una scelta

Il discorso si sposta inevitabilmente sull’Eurovision Song Contest, dove Israele partecipa regolarmente. Un terreno ancora più sensibile.

“Mi ha premiato il televoto? Strano… Ma chi la fa vincere una canzone così?”, dice a margine, dopo aver premesso in conferenza che “mai vincerò il Festival e mai mi ci manderanno. Ma se dovessero rinunciare gli altri 29 io ci andrei per un motivo: questa canzone ha un valore per me e ritengo che sia giusto portarla su quel palco. Avere 29 rinunciatari ed essere ahimé costretto ad andarci e non farlo sarebbe come non fare l’ultimo passo. C’è Israele? È bene che ci sia nel mio caso, se c’è canterei questa canzone ancora più forte, con decisione e convinzione. Perché è il mio compito. Perché partecipa Israele all’Eurovision? Non è questione di geografia ma di soldi”.

Stella Stellina entrerà nel terzo album dell’artista, Funzioni Vitali. “Non è un album di genere, mi piace sperimentare costantemente con i suoni. Il tema ricorrente dell’album è quello del tempo, visto come un rifugio sicuro ma anche come un inganno. È capace di creare delle bolle del passato all’interno della tua mente che forse non sono esattamente come ti aspetti e come erano. L’inganno del tempo che trasferiamo nel nostro presente. Anche una voglia di proiettarsi verso il futuro ma restando incastonati nella pietra della realtà, il giorno di oggi”.

Il tempo come rifugio e trappola. La memoria come filtro imperfetto. Il presente come punto fermo da cui guardare avanti. In questo quadro, la canzone su Gaza non appare come un episodio isolato. È parte di una riflessione più ampia sull’umanità e sulle sue stagioni.

Sanremo resta un palcoscenico musicale. Ma ogni tanto diventa anche uno specchio. E in quello specchio, quest’anno, Ermal Meta chiede al pubblico di guardare senza distogliere lo sguardo.