Era il 13 gennaio quando Trump, su Truth, ha scritto: “Patrioti iraniani, continuate a protestare. Prendete il controllo delle vostre istituzioni. L’aiuto è in arrivo”. Nel frattempo, a Teheran e dintorni, il regime teocratico stava massacrando i manifestanti.

La tregua di due settimane e i suoi effetti

La scorsa notte, invece, è stato siglato, su iniziativa del Pakistan e pressione della Cina, un accordo sulla tregua di due settimane, durante le quali negoziare la pace tra i contendenti. Quindi: gli ayatollah resteranno al loro posto e, stando così le cose, hanno vinto questa fase della guerra.

Gli obiettivi cambiati e la mossa di Teheran

Lo scrivo con cognizione di causa. L’obiettivo pubblico dell’avvio dell’operazione militare americana e israeliana era il cambio di regime con l’uccisione di Khamenei – il cui posto è stato preso dal figlio – e i continui bombardamenti, con migliaia di vittime.

Dopo, però, gli obiettivi sono cambiati per la mossa strategica di Teheran: il controllo dello Stretto di Hormuz, vitale soprattutto per il mercato energetico europeo e cinese, ha generato una pressione enorme sull’amministrazione di Washington. Uno Stretto che prima della guerra era libero e ora continuerà a essere sotto il controllo iraniano che, con le dovute proporzioni, rappresenta la “bomba atomica” del regime.

Le concessioni che Washington dovrà fare

Arrivando a un accordo, Washington dovrà necessariamente garantire al regime ulteriori concessioni, come l’indebolimento delle sanzioni, in cambio di qualcosa di simbolico per permettere a Trump di non perdere la faccia in casa propria, operazione però complessa, ricordando che in autunno negli Stati Uniti ci saranno le elezioni di metà mandato.

Il popolo iraniano illuso e Netanyahu sconfitto

In poche parole, Trump ha illuso il popolo iraniano, quello che sperava nella liberazione dal regime teocratico. Nulla cambierà; anzi, è probabile che peggiorerà, perché gli ayatollah avranno dalla loro la propaganda della vittoria e la forza che ne deriva, anche per schiacciare ancora di più l’opposizione interna, ora che hanno scongiurato la fine del loro potere.

Un altro sconfitto è Benjamin Netanyahu, che sperava finalmente di liberarsi del nemico numero uno di Israele, finanziatore di Hamas e Hezbollah: dovrà sottostare all’accordo, ma ha già fatto intendere che continuerà con la campagna in Libano, altrimenti sarà dura anche per lui mantenere la credibilità interna.

La figuraccia di Trump e la lezione per l’Europa

Come prevedibile, la minaccia esistenziale di Trump contro la “civiltà iraniana” – parole vergognose che faranno parte della storia cupa della sua amministrazione – si è trasformata in una figuraccia ridicola e imbarazzante. Una batosta umiliante, pari o poco inferiore solo a quella subita in Vietnam. In Europa dovremmo cominciare a smettere di abbassare la cresta quando parla Trump: occorrono patti chiari e amicizia lunga. Non ci si può fidare di chi fa il bullo.