Nel pieno del Fuorisalone 2026, Domenico Pellegrino sceglie Milano per aprire un nuovo capitolo del suo percorso artistico. La novità non è soltanto l’inaugurazione di uno studio ai Navigli, uno dei distretti più esposti alla pressione creativa e commerciale della città. Il punto è un altro: l’artista trasforma il nuovo spazio in un luogo di lavoro aperto, dove la produzione entra dentro la scena pubblica e diventa parte dell’opera.L’apertura segna un passaggio preciso. Pellegrino, noto per una pratica che attraversa installazioni urbane luminose, opere in luminaria e progetti di arte collettiva, affianca ora a questa traiettoria una piattaforma stabile di ricerca e produzione a Milano. Non un semplice atelier, dunque, ma un presidio che mette in contatto processo creativo, esposizione e relazione con il pubblico.
A tenere insieme questa fase è SGUARDI, la nuova collezione di sculture in ceramica presentata per l’occasione. Il lavoro affronta il tema dell’identità non come dato fisso, ma come costruzione culturale e formale. È qui che la notizia assume rilievo: Pellegrino porta nel circuito milanese una riflessione che usa materia, memoria e segno per interrogare il presente, senza separare il gesto artistico dal contesto in cui prende forma.
La ceramica come linguaggio e come frattura
Il cuore della mostra è una serie di sculture modellate a mano, nate dall’incrocio tra archetipi mediterranei e immaginario globale. Ne escono figure insieme eroiche e vulnerabili, segnate da una tensione evidente tra permanenza e fragilità. La scelta della ceramica non è secondaria. È una materia antica, lenta, che rimette al centro il tempo della lavorazione e il valore del gesto.In queste opere non conta solo la forma compiuta. Contano anche i segni lasciati sulla superficie, le fratture, le imperfezioni, tutto ciò che rende visibile l’esperienza incorporata nella materia.
La ceramica diventa così un dispositivo narrativo. Non leviga il conflitto, lo espone. Non nasconde la vulnerabilità, la trasforma in struttura.Il nuovo studio nasce proprio attorno a questa idea. Lo spazio non funziona soltanto come contenitore espositivo. Diventa un ambiente attivo, dove il pubblico può cogliere la relazione diretta tra opera, materia e contesto. In questo passaggio si legge una scelta precisa: aprire la pratica artistica, sottrarla alla sola dimensione contemplativa, mostrare che l’opera non è un oggetto isolato ma il risultato di un processo.
Cosa cambia nel percorso dell’artista
Per Pellegrino questa apertura milanese rappresenta una nuova fase del suo percorso. Fin qui il suo lavoro si è imposto soprattutto attraverso interventi capaci di attivare lo spazio pubblico e il rapporto con la comunità. Con il nuovo studio, quella tensione resta, ma trova una base permanente e un nuovo assetto operativo. Cambia il perimetro. Alla dimensione urbana e collettiva si affianca un luogo pensato per produrre continuità, incontri e collaborazioni. La rilevanza dell’operazione sta anche qui. In una città che durante il Fuorisalone concentra attenzione, flussi e linguaggi, Pellegrino non si limita a occupare una vetrina temporanea. Inserisce il proprio lavoro dentro un ecosistema culturale stabile, provando a farne una piattaforma di attivazione culturale.
Si tratta d una vera e propria differenza sostanziale: non si tratta di un evento isolato, ma la costruzione di un presidio.Le implicazioni riguardano sia il percorso dell’artista sia il dialogo tra tradizione e contemporaneità che attraversa la sua ricerca. La luce e la materia, elementi centrali della sua pratica, continuano a funzionare come strumenti per costruire narrazioni contemporanee radicate nella cultura mediterranea. Ma ora questo impianto trova a Milano un luogo destinato a svilupparsi nel tempo, accogliendo progetti, pratiche condivise e nuove collaborazioni. Non una semplice inaugurazione, quindi. Piuttosto, l’apertura di una fase che punta a rendere più visibile e più strutturata la relazione tra identità, comunità e spazio.






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