La tragedia che ha sconvolto il quartiere di Boccadifalco nell’aprile dello scorso anno ha raggiunto un punto di svolta sul piano giudiziario. La Procura ha notificato la chiusura delle indagini per la morte del piccolo Thomas Viviano, il bambino di soli quattro anni deceduto dopo un drammatico incidente in via Giovanni Bruno. Il padre del piccolo, Antonino Viviano, è stato ufficialmente iscritto nel registro degli indagati con l’ipotesi di reato di omicidio colposo, un atto formale che scaturisce dai lunghi accertamenti condotti dalla sezione Infortunistica della polizia municipale.
I fatti risalgono al 7 aprile dell’anno scorso, quando un pomeriggio di gioco si trasformò in un incubo in pochi istanti. Thomas si trovava a bordo di una minimoto a benzina, una Dirt Bike M100, dotata di rotelle laterali ma priva di targa e non omologata per la circolazione su strada. Nonostante l’aspetto di un giocattolo, il mezzo è capace di sprigionare una velocità significativa, del tutto sproporzionata rispetto alle capacità di gestione di un bambino così piccolo. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, Thomas avrebbe perso improvvisamente il controllo del veicolo nel breve tratto di strada antistante la sua abitazione, terminando la sua corsa con un impatto violentissimo contro un muretto.
Il quadro clinico apparve disperato fin dai primi soccorsi prestati dal padre, che caricò il figlio in auto per una corsa contro il tempo verso l’ospedale Ingrassia. Le lesioni riscontrate dai medici parlavano di un trauma cranico devastante, fratture facciali e una profonda emorragia cerebrale. Nonostante il successivo trasferimento all’ospedale Di Cristina e un delicato intervento neurochirurgico eseguito d’urgenza da un’équipe del Civico per tentare di ridurre l’edema, il cuore di Thomas ha smesso di battere dopo quattro giorni di agonia nel reparto di Rianimazione.
Nel corso dell’inchiesta, Antonino Viviano è stato ascoltato più volte presso la caserma di via Ugo La Malfa. L’uomo ha sempre fornito una ricostruzione coerente, ammettendo di essere stato accanto al figlio nel momento dell’incidente e descrivendo uno scatto improvviso dell’acceleratore che ha reso vano ogni tentativo di intervento. Sebbene le indagini confermino l’assoluta mancanza di intenzionalità e descrivano una fatalità maturata in un contesto di profondo dolore familiare, gli inquirenti ritengono che la natura stessa del veicolo, considerato troppo potente per un minore, configuri un profilo di responsabilità oggettiva. Ora la parola passa al giudice, che dovrà valutare gli elementi raccolti e decidere il destino processuale di un padre già segnato da una perdita incolmabile.






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