Non un incidente di percorso e nessun down della maggioranza parlamentare siciliana. Quello che è andato in scena sull’articolo 10 della riforma degli Enti Locali è scontro a viso aperto. Ne rivendica la paternità Grande Sicilia – MpA che non intende far passare la bagarre d’aula come una qualsiasi “vendetta d’aula”, un qualsiasi “tradimento parlamentare”. La maggioranza, qui, non c’entra nulla e la lite è sulla norma proposta e sui suoi costi.

Grande Sicilia- MpA: “Siamo stati noi e ne siamo orgogliosi”

“Quanto accaduto in Aula all’Ars non andrebbe letto come un incidente parlamentare, quanto piuttosto come l’arresto prudenziale di un iter legislativo che presentava profili tali da poter far sorgere il dubbio di un drenaggio di risorse pubbliche. Grande Sicilia, e il suo capogruppo Roberto Di Mauro in prima fila, ha ravvisato nel testo dell’Articolo 10 elementi che parevano configurare una manovra di creazione artificiale di mercato” accusano i deputati centristi ed autonomisti.

Si voleva creare un nuovo mercato artificiale a danno dei bilanci comunali

“A destare le maggiori perplessità è stata la previsione di un termine di soli 120 giorni e l’obbligatorietà per i Comuni. Una tempistica così contratta, che rischiava di apparire in distonia con i principi di gradualità e programmazione scanditi dalla normativa nazionale per la transizione digitale, ha sollevato il timore che si potesse generare uno stato di necessità. Uno scenario che, se confermato nei fatti, avrebbe potuto restringere gli spazi di manovra per le imprese locali, favorendo di contro l’adesione a convenzioni nazionali già in essere.

Altrettanto complessi apparivano i risvolti economici: l’adozione di sistemi proprietari lasciava intravedere il rischio di un vincolo tecnologico duraturo per gli Enti e a carico degli stessi. Non si poteva escludere, neanche in via ipotetica, l’eventualità che il servizio potesse assumere i tratti di un onere ricorrente a carico della collettività” attaccano  i componenti del gruppo parlamentare Grande Sicilia – Mpa all’Ars.

Nessuna richiesta di voto segreto, abbiamo votato come aveva dichiarato chiaramente

“Infine, abbiamo ritenuto doveroso segnalare un’ulteriore criticità: una digitalizzazione massiva e celere, senza adeguati contrappesi di verifica terza, avrebbe potuto teoricamente prestarsi a rischi di opacità nella conservazione dei documenti.

Alla luce di tali dubbi, rivendichiamo la necessità dello stop. Preme altresì precisare che Grande Sicilia non ha richiesto il voto segreto, ma ha votato convintamente lo stop alla norma e la nostra posizione critica è stata espressa a chiare lettere. Piuttosto bisogna capire chi invece voleva il contrario, violando la stessa Legge nazionale che prevede di “promuovere” e non di “obbligare” i comuni” concludono i deputati.

La preoccupazione per le quote rosa

Ma adesso va in scena la preoccupazione per l’impianto generale della norma e per il rischio che una eventuale bocciatura finale cancelli anche quel che di buono è stato fatto come le quote rosa nella giunte comunali che impone un a presenza di genere del 40%

“La nostra voce la faremo sentire ancora più forte martedì a Sala d’Ercole e, se del caso, anche fuori dal Parlamento. Siamo quindici deputate che non si arrendono agli escamotage di Aula. La norma sul 40% di rappresentanza minima di genere nelle giunte comunali non può essere insabbiata. Da due anni lavoriamo a questa riforma ed altre disposizioni sull’ordinamento degli enti locali. Siamo ad un passo dal voto ed è chiaro che anche sul terzo mandato per i sindaci e il consigliere supplente si dovrà trovare un accordo. La maggioranza ieri è apparsa in stato confusionale, ma voglio augurarmi che non si perda di vista l’obiettivo finale” dice Roberta Schillaci, vice capogruppo del Movimento Cinquestelle all’Assemblea regionale siciliana.

Una preoccupazione, la sua, che riguarda tutte le 15 parlamentari regionali di ogni schieramento politico