Il processo per la strage di Altavilla Milicia entra nel vivo con l’esame di Sabrina Fina davanti alla Corte d’assise di Palermo. La donna, accusata di aver partecipato attivamente al massacro della famiglia di Giovanni Barreca, ha cercato di ribaltare la ricostruzione della Procura di Termini Imerese, presentandosi come una testimone impotente e vittima a sua volta di minacce. Secondo la tesi difensiva esposta durante l’interrogatorio dell’avvocato Franco Critelli, Sabrina Fina sarebbe stata una “marionetta” nelle mani del marito, Massimo Carandente, e dello stesso Barreca.
L’imputata ha descritto un clima di terrore e sottomissione, negando di aver mai condiviso il fanatismo religioso che ha portato alle torture e alla morte di Antonella Salamone e dei suoi figli, Kevin ed Emmanuel. Nonostante i messaggi partiti dal suo cellulare, come quello indirizzato a Barreca con scritto “A morte”, la donna ha sostenuto che il dispositivo fosse sempre nelle mani di Carandente. Ha inoltre dichiarato di essere rimasta cattolica e di aver finto di aderire al culto evangelico solo per timore delle ritorsioni del compagno, con cui avrebbe vissuto sette anni di vessazioni.
Giovanni Barreca – marito, padre e carnefice – “guidava l’interrogatorio”, ma il delirio religioso era solo una “scusa, in realtà voleva sapere il nome della persona con cui la moglie lo aveva tradito. Era convinto che solo Miriam fosse figlia sua”.
La ricostruzione fornita in aula ha ripercorso i momenti della mattanza, spostando la responsabilità della violenza fisica sugli altri protagonisti della vicenda. Sabrina Fina ha raccontato che il piccolo Emmanuel sarebbe stato ucciso con un getto d’aria calda mentre la madre era costretta a restare a terra in cucina. Riguardo all’omicidio di Antonella Salamone, la donna ha lanciato accuse pesantissime, sostenendo che sia stato il figlio Kevin a colpire la madre su ordine del padre, prima che il corpo venisse bruciato in giardino.
Il racconto si è concluso con la descrizione della morte di Kevin, che sarebbe stato legato con delle catene e colpito fatalmente da un calcio di Carandente. Nonostante la donna affermi di aver tentato di fermare l’orrore, per la procura non sarebbe stata una spettatrice, ma una parte attiva del rito di liberazione dal demonio trasformatosi in carneficina.






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