C’è un decreto, il n. 25/GAB del 10 giugno 2026, che nelle intenzioni dell’assessorato regionale ai Beni culturali ha il merito di mettere ordine sulle regole legate ai vincoli paesaggistici ma l’azione del Governo dell’isola è diventata un caso politico. Nel mezzo, la mappa del paesaggio siciliano: cave, coste, centri storici, impianti energetici, migliaia di ettari sottoposti a vincoli diversi a seconda del “livello di tutela” applicato.

Cosa dice  il decreto

Il provvedimento, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale regionale il 26 giugno, interviene sulle Norme di Attuazione dei Piani Paesaggistici già adottati o approvati in diverse province siciliane. L’obiettivo dichiarato è uniformare criteri che negli anni si erano stratificati in modo disomogeneo, con iter autorizzativi lunghi e diversi da provincia a provincia. Cambiano in particolare l’articolo 20 sui “paesaggi locali”, i criteri delle Aree di Recupero e la disciplina degli interventi di rilevante trasformazione, cioè cave, grandi impianti energetici e infrastrutture strategiche.
La novità più delicata riguarda i livelli di tutela: nelle zone già urbanizzate, industriali, nelle ex aree Asi gestite dall’Irsap e nelle espansioni con piani attuativi convenzionati prima dei Piani Paesaggistici, si applica una tutela “di primo livello”, con procedure più snelle. Nelle aree a massimo pregio resta invece il divieto di nuove cave stabili e di tralicci, con margini stretti anche per cavidotti e rimodellamenti del terreno.

L’affondo di Fabio Granata

A rompere il silenzio istituzionale attorno al decreto è Fabio Granata, presidente di Articolo 9 ed ex assessore regionale ai Beni culturali, tra i firmatari del Piano Regionale del Paesaggio nel 2000. Nella sua dichiarazione, Granata sostiene che il provvedimento “elimina la gerarchia delle Norme” che finora vedeva il Piano Paesaggistico come riferimento sovraordinato rispetto a piani regolatori e singole autorizzazioni. Secondo la sua lettura, il decreto consentirebbe che le aree oggi classificate a massima tutela “possano essere automaticamente declassate” qualora uno strumento urbanistico ne preveda una destinazione edificatoria o infrastrutturale: un’inversione, scrive, del principio per cui è il paesaggio a orientare le trasformazioni e non il contrario.
Granata punta il dito anche sul ruolo dell’Osservatorio regionale per la qualità del paesaggio, che a suo giudizio sposterebbe le decisioni dalla regola generale e pubblica alla “discrezionalità amministrativa caso per caso”, rendendo il vincolo, nelle sue parole, “progressivamente negoziabile” senza abolirlo formalmente. Da qui l’appello a Schifani perché ritiri quella che definisce una “malsana trovata”.

Il nodo político

Il punto di attrito è tutto qui: l’assessorato presenta l’intervento come una semplificazione che non tocca la sostanza della tutela, differenziando le regole in base allo stato dei luoghi — aree già trasformate da un lato, aree integre dall’altro. Granata legge invece nello stesso meccanismo un cambio di paradigma, in cui è la pianificazione urbanistica a “retroagire” sul livello di protezione paesaggistica, capovolgendo un principio cardine della legislazione siciliana degli anni Duemila.