La vicenda della cosiddetta famiglia del bosco di Palmoli è diventata, nel giro di poche settimane, un caso nazionale. Da una realtà locale dell’entroterra abruzzese, la storia è arrivata al centro del dibattito pubblico, attirando l’attenzione di media, istituzioni e opinione pubblica.

Il caso ha acceso una discussione delicata sul rapporto tra modelli educativi alternativi, tutela dei minori e libertà familiari. Ma oltre agli aspetti giudiziari e alle contrapposizioni, c’è un elemento che emerge con forza: il vissuto emotivo dei bambini, oggi lontani dalla loro quotidianità.

A riportarlo è il padre. Un racconto che evita toni polemici e si concentra sulle conseguenze umane della separazione. Parole che parlano di incontri brevi, di abbracci intensi e di distacchi che lasciano segni profondi.

Nathan Trevallion, in un’intervista rilasciata a La Stampa, descrive una situazione segnata da “agitazione e ansia continua”. Un quadro che, nelle sue parole, mette al centro i figli prima di ogni polemica pubblica.

Un’ansia che prima non c’era: il cambiamento nei bambini

Secondo il racconto di Nathan Trevallion, i segnali di disagio nei figli sono evidenti e quotidiani.
“I miei figli adesso sono in uno stato costante di agitazione e ansia. A volte litigano fra di loro, cosa che prima non facevano. Sono spesso arrabbiati l’uno con l’altro”.

Durante le visite, che avvengono a intervalli stabiliti, l’atmosfera è inizialmente carica di entusiasmo.
“Sono tutti estremamente felici nel vedere che il loro papà è venuto a trovarli. Ci abbracciamo, ci baciamo con grande affetto. Ripeto loro continuamente che papà li adora”.

Ma è nel momento del distacco che emerge il peso emotivo più forte.
“Quando per me arriva il momento di andare via, cercano di fare qualcos’altro, come se volessero sfuggire a ciò che provano”.

Un comportamento che, secondo il padre, rivela una difficoltà profonda ad accettare la separazione.

Le reazioni dei figli: rabbia, pianto e silenzi difficili

Nathan Trevallion entra nel dettaglio dei comportamenti osservati dopo ogni visita.
“Io posso raccontarle ciò che vivo tutte le volte che vado a trovarli. Quando li lascio, uno di loro a volte rompe le cose che ama di più, litiga con i fratelli, anche con la sorella gemella a cui lui è molto legato”.

La sorella gemella reagisce in modo diverso.
“Lei invece piange e si arrabbia per ogni cosa quando vede il padre allontanarsi per tornare a casa”.
Poi c’è la figlia maggiore, otto anni.
“Tende a contenere più degli altri la sua tristezza e la sua rabbia, ma inizia a mordersi le dita sino a farle diventare rosse”.

Secondo il padre, tutti questi atteggiamenti hanno un denominatore comune: l’incomprensione di ciò che sta accadendo.
“È come se volessero dirmi di non capire perché il loro papà deve tornare a casa da solo e lasciarli lì”.

Famiglia del bosco

Famiglia del bosco

Una sola domanda che ritorna: “Quando torniamo a casa?”

Tra le frasi che più si ripetono durante gli incontri, ce n’è una che, secondo Trevallion, non cambia mai.
“Mi chiedono quando potranno tornare a casa. È tutto ciò che vogliono”. Una domanda semplice. Diretta. Carica di significato.
“Tornare a casa e vivere con i nostri animali, nella natura, rispettando le regole”.

Per il padre, questa richiesta rappresenta il cuore della vicenda. Non un rifiuto delle istituzioni, ma il desiderio di recuperare una quotidianità che i bambini riconoscono come propria.

Durante le visite, Nathan cerca di rassicurarli.
“Dico sempre loro di essere forti, di prendersi cura l’uno dell’altro. Gli ripeto di amarli moltissimo, che mi mancano ogni giorno”.

E aggiunge un messaggio chiave:
“Che tutti stanno lavorando duramente per riportare loro e la mamma a casa. Che non hanno fatto nulla di male e che non è colpa loro quello che sta accadendo”.

La scelta di vita nel bosco: una filosofia condivisa

Al centro del caso c’è anche una scelta di vita che ha attirato attenzione e critiche. Nathan Trevallion la descrive come tutt’altro che estrema.
“La nostra è una condizione di vita molto comune negli ambienti rurali, nella vita di tante famiglie e in ogni parte del mondo”.

Secondo il padre, vivere a contatto con la natura non significa rifiutare le regole.
“Non siamo i soli, fortunatamente, ad avere sposato una certa filosofia di vita che rifiuta il consumo delle risorse della terra senza porsi mai delle domande su dove sta andando il mondo”.

Il ruolo della giustizia e l’attesa di una verità

Nathan Trevallion affida alla magistratura il compito di fare chiarezza.
“Il sistema giudiziario farà il suo lavoro e la verità verrà a galla”.
Una frase che ricorre più volte nel suo racconto. E che segna un confine netto tra il piano emotivo e quello legale. “Noi genitori non abbiamo fatto nulla di male e speriamo di poter tornare a vivere felicemente con i nostri bambini”.

La richiesta è chiara.
“In piena armonia con la natura e la nostra libertà. Non chiediamo altro”. E aggiunge un passaggio che punta a smorzare le accuse più dure:
“Siamo pronti a rispettare le regole di base stabilite per la protezione dei bambini”.