I comuni sono il fronte del disagio e dei disservizi ai cittadini, che non abitano o vivono la maggior parte del tempo in una Regione o in uno Stato, ma vivono, abitano e dovrebbero usufruire dei servizi di una identificata comunità. Abitano quartieri,  centrali o periferici, mandano a scuola i figli, percorrono strade, hanno bisogno di servizi demografici o sociali, servizi per i disabili, per i poveri ed esclusi, consumano acqua e gas, necessitano di decoro urbano, illuminazione, attività culturali e ambientali. Questi servizi, collegati alla vita di tutti i giorni, non li eroga lo Stato o le regioni, li erogano i comuni, ed alcuni, vedi scuole o strade per uscire da un comune, le vecchie provincie.

I comuni siciliani, cioè la forma istituzionale delle comunità dei cittadini, sono allo stremo, alla frutta, al default. Alcuni sono al dissesto, al pre dissesto, in procedure di riequilibrio, altri rinunciano ad erogare diritti garantiti costituzionalmente ai loro cittadini. L’equazione è semplice: Comuni poveri = cittadini miserrimi.

Questi Enti non possono più spendere, anche perché hanno poco o nulla da spendere. E senza spesa pubblica comunale i servizi latitano o sono del tutto assenti. In molti posti l’immondizia, una delle sette piaghe in Sicilia, non viene raccolta, non c’è acqua, non ci sono trasporti, non c’è illuminazione, servizi agli anziani, ai disabili, ai cittadini in genere. Sono realtà allo stremo ed abbandonate dallo Stato e dalla Regione. Qualche dato: una volta le banche facevano a gara per le tesoreria comunali, lo Stato erogava i suoi contributi ai comuni per la sua spesa corrente ad inizio d’anno, oggi, forse, a posteriori, creando indebitamento per le anticipazioni di cassa. La regione siciliana aveva, dopo l’entrata nell’ euro, un capitolo di bilancio per Comuni e Provincie, dove vivono realmente i cittadini, di oltre 1 mld. Oggi di solo 200 mln e cocci. Le esigenze dei cittadini sono sparite? No, sono spariti i soldi che la Regione gli dava. E senza soldi non ci sono servizi erogabili. Anche se diventa sindaco il miglior amministratore del pianeta senza risorse non può erogare i servizi essenziali. Questo crea sempre più insoddisfazione nei cittadini, e sempre di più si rifiutano di pagare le tasse comunali, innescando un circolo vizioso da cui non si esce.

Tutto questo non è avvertito come urgenza straordinaria da parte dei deputati regionali, come se costoro non abitassero in Sicilia, ma in un Walalla normanno. Le finanziarie regionali non mettono nulla sui comuni, quindi sulle comunità, ma su nicchie piccolissime di elettori, che si spera che li facciano sopravvivere. I deputati, forse sopravviveranno, ma i Comuni no, di conseguenza i cittadini.

Cosa c’è da fare? Si parla di una grossa somma di bilancio ordinario della regione siciliana che verrà impiegata in una prossima manovra finanziaria dopo i giudizi di parifica della Corte dei Conti. Si parla di circa 1,5 mld. Di fondi correnti e non risorse una tantum. È ineludibile, urgente, fondamentale, rimpinguare con almeno un terzo di queste somme, cioè mezzo miliardo, le casse esangui degli Enti locali siciliani. Dove vivono i cittadini, che non sono solo elettori da mungere, ma persone che hanno dei diritti garantiti dalla Costituzione. Per sagre paesane, cenacoli della salsiccia al ceppo, feste dei cannoli e concerti neomelodici ci sarà tempo. Per salvare i Comuni no. I Comuni siamo noi.


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