Nei giorni scorsi  Il Sole 24 Ore  ha  dedicato attenzione  al Brass Group di Palermo con  un articolo in cui c’è un dettaglio che vale più dei numeri, pur significativi, che lo accompagnano: il fatto che questa storia esista ancora. In Italia ed a  Palermo in particolare, la continuità culturale è un evento raro. Il Brass Group, invece, resiste da oltre cinquant’anni. E resistere, in questo contesto, è già una forma di politica culturale. Non perché il jazz abbia bisogno di essere difeso, ma perché ogni progetto che sceglie di non essere occasionale, di non vivere di eventi spot o di bandi mordi e fuggi, entra automaticamente in conflitto con l’idea dominante di cultura come decorazione.

Contro l’idea della cultura come contenitore

Il Brass nasce e cresce in opposizione a una parola che nel lessico istituzionale ritorna ossessiva: polifunzionale. Il luogo che può essere tutto, alla fine, non è niente. Il Brass, al contrario, sceglie di essere una cosa sola, con radicalità: produzione jazzistica, formazione, continuità. È una scelta che lo porta a occupare prima uno scantinato di via Duca della Verdura, poi,  molti anni dopo, il Real Teatro Santa Cecilia, sottraendolo alla vaghezza delle destinazioni generiche. Mettere un pianoforte in un teatro abbandonato non è un gesto romantico: è un atto di appropriazione culturale.

Ignazio Garsia e la responsabilità dell’ostinazione

Al centro di questa storia c’è  naturalmente Ignazio Garsia, che oggi si avvicina agli 80 anni e che da ragazzo aveva intuito una cosa semplice e allora controintuitiva: il jazz non era musica d’élite, ma musica del tempo presente. Quando racconta al Sole 24 ore di aver garantito con il proprio patrimonio personale la sopravvivenza del Brass, dopo due azzeramenti di bilancio, non sta facendo un’epica autobiografica. Sta mettendo a nudo una verità scomoda: in Italia la cultura sopravvive spesso per responsabilità individuale, non per sistema.

Il pubblico non è un presupposto, è una costruzione

Uno degli equivoci più persistenti è che il pubblico “non ci sia”. Il Brass dimostra il contrario: il pubblico non è un dato naturale, ma una pratica quotidiana. Orari pensati, doppie repliche, continuità settimanale. Il risultato – raccontato anche dal Sole 24 Ore – non è solo nei numeri degli abbonati ( 1500 è un gran numero), ma nella trasformazione del jazz da evento eccezionale a frequentazione stabile. Una comunità che si riconosce in un luogo e in un linguaggio.

Un’orchestra pubblica trattata come precaria

Il paradosso più italiano sta nell’Orchestra Jazz Siciliana: unica orchestra jazz a partecipazione pubblica riconosciuta dal Ministero, ma ancora a chiamata, produzione dopo produzione. Lo Stato dunque riconosce il valore simbolico, ma non costruisce le condizioni materiali perché quel valore diventi struttura.

Jazz contro l’idea di emergenza permanente

Il Brass Group è, in fondo, l’antitesi della cultura vissuta come emergenza. Non rincorre l’evento dell’anno, non si legittima con l’eccezionalità. Lavora sulla ripetizione, sulla permanenza, sulla normalità del fare musica. In una città come Palermo, dove troppo spesso la cultura è invocata come risarcimento o come vetrina, il jazz diventa una pratica silenziosamente sovversiva: non promette salvezza, ma continuità.

Una lezione che va oltre il jazz

La vera lezione del Brass Group non riguarda il jazz, ma il modo in cui si costruisce un’istituzione culturale. Non partendo dalla domanda “cosa funziona”, ma da un’altra, più scomoda: “cosa è necessario”. Ed è forse per questo che, a distanza di cinquant’anni, un progetto nato in uno scantinato continua a produrre musica, pubblico e senso. Non perché sia stato protetto, ma perché ha scelto di non smettere.