Nel panorama internazionale delle amministrazioni locali, un segnale forte arriva da quei territori spesso raccontati come periferici ma nei quali, al contrario, pulsa una straordinaria vitalità civica. È ciò che emerge dall’articolo Sindaci tra solitudine e disincanto: “La lotta alla povertà non è una vetrina” pubblicato su VITA, dove si racconta di come, nel 2025, il prestigioso World Mayor Prize — il premio promosso dalla City Mayors Foundation di Londra che celebra i migliori sindaci del mondo — non sia stato assegnato per mancanza di candidature, pur permettendo di mettere in luce storie autentiche di impegno sociale in ogni continente.


La candidatura globale, che avrebbe dovuto mettere a confronto modelli di contrasto alla povertà da Quito a Oslo, da Cape Town a Napoli, ha visto emergere con forza un dato significativo: i sindaci, in ogni parte del mondo, si trovano sempre più spesso soli nell’affrontare sfide strutturali come l’esclusione sociale, la fragilità economica e la marginalizzazione. Questo scenario non riguarda solo grandi metropoli ma, con ancora maggiore intensità, i piccoli borghi e le comunità locali dove la povertà assume molte sfumature, non soltanto economiche ma anche sociali, culturali e digitali.

Nel contesto italiano — e con uno sguardo rivolto al Sud come laboratorio di resilienza e creatività civica — due candidati avrebbero dovuto rappresentare l’Italia al premio internazionale: il sindaco del capoluogo partenopeo e Francesco Iarrera, primo cittadino di Oliveri, un piccolo comune della provincia di Messina di appena poco più di 2.000 abitanti.


Oliveri, come molte realtà minori del Sud, non compare spesso nelle cronache nazionali, ma concentra in sé questioni che riguardano interi sistemi sociali. Qui, la povertà non è riducibile a un dato statistico, ma si intreccia con:

• la disoccupazione permanente e giovanile,

• la difficoltà di trattenere i giovani e i talenti locali,

• la gestione quotidiana di servizi essenziali con risorse sempre scarse,

• l’accoglienza e l’integrazione di minori stranieri non accompagnati, un tema di portata europea e globale.

In un’intervista rilasciata nel contesto di quella candidatura, Iarrera ha usato un’immagine che resta impressa: “dobbiamo essere sindaci-operai”, perché nelle piccole comunità — dove le istituzioni sembrano lontane e i cittadini troppo spesso marginalizzati — il ruolo del sindaco non può limitarsi a gestire pratiche burocratiche, ma diventa lavoro di artigianato sociale fatto di presenza costante, risposte immediate e capacità di tessere reti umane e istituzionali.


Le storie come quella di Oliveri non appartengono solo al Sud. Sono storie di resistenza civile e di ingegno quotidiano, che meritano di diventare parte del racconto europeo e mondiale sulla lotta alle disuguaglianze. In un tempo in cui l’attenzione globale si concentra spesso sulle grandi città o sulle crisi geopolitiche, è nelle piccole comunità — da Palermo a Palermo (Sicilia) come in tante altre regioni del Mezzogiorno — che si scrivono pagine di impegno concreto che valgono come esperienze da cui guardare oltre i confini nazionali: un modello di responsabilità civica che merita non solo riconoscimenti simbolici ma strumenti concreti di sostegno istituzionale.

Tutte queste storie — spesso nascoste alla ribalta mediatica — parlano al mondo di un’Italia diversa, capace di affrontare le crisi non con lodi vuote ma con l’azione quotidiana di amministratori, operatori sociali e comunità che scelgono di restare e trasformare le difficoltà in opportunità.

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