A Priolo Gargallo il petrolio non è più l’unico vero tema. Il nodo, oggi, è la logistica. Flussi di oli esausti, residui agricoli, colture non alimentari che partono dall’Africa, attraversano il Mediterraneo e approdano in Sicilia per essere trasformati in carburanti “verdi” destinati a camion, aerei e flotte industriali europee. È questa la traiettoria reale della nuova bioraffineria che Eni e Q8 (Kuwait Petroleum Italia) vogliono costruire sulle ceneri dell’impianto chimico Versalis di Priolo.
L’accordo tra Eni e Q8
L’accordo, annunciato formalmente il 3 febbraio, prevede la nascita di una joint venture tra Eni e Q8 per la realizzazione di un impianto capace di trattare circa 500.000 tonnellate l’anno di materie prime biologiche, con una produzione flessibile di HVO (diesel rinnovabile) e SAF (carburante sostenibile per l’aviazione). La tecnologia sarà quella già collaudata da Eni, l’Ecofining, utilizzata a Venezia e Gela. Le tempistiche ufficiali parlano di autorizzazioni e lavori conclusi entro il 2028.
Ma ridurre il progetto a una semplice “bioraffineria” è riduttivo. Priolo è destinata a diventare un terminale industriale integrato, punto di arrivo di una catena di approvvigionamento globale e punto di partenza di una nuova offerta energetica per l’Europa.
La scommessa di Q8: dal petrolio alla mobilità sostenibile
Per Q8, l’ingresso a Priolo rappresenta molto più di un investimento industriale. È un passaggio identitario. La compagnia kuwaitiana, storicamente legata alla raffinazione tradizionale, utilizza l’alleanza con Eni per accelerare la propria trasformazione in fornitore di soluzioni per la mobilità sostenibile, in linea con la strategia di transizione energetica al 2050 della casa madre Kuwait Petroleum Corporation.
La bioraffineria siciliana diventa così un asset strategico: garantisce l’accesso diretto a biocarburanti avanzati, consente di presidiare il mercato europeo — sempre più regolato — e rafforza la presenza industriale di Q8 in Italia, dove la rete distributiva è già pronta ad assorbire HVO e SAF.
Non è un caso che l’investimento stimato si aggiri intorno ai 900 milioni di euro. È una scommessa esplicita sulla competitività dei biocarburanti rispetto all’elettrico puro, soprattutto nei settori dove l’elettrificazione resta problematica: trasporto pesante e aviazione.
Un mercato “protetto” dalle leggi europee
La vera forza economica del progetto non sta solo nella tecnologia, ma nel quadro normativo. HVO e SAF operano dentro una domanda garantita per legge.
Nel trasporto su gomma, l’HVO si è imposto come soluzione immediata per abbattere le emissioni senza modificare i motori. È un carburante “drop-in”, privo dei limiti tecnici del biodiesel tradizionale, e per questo sempre più richiesto dalle flotte aziendali che devono rendicontare la riduzione di CO₂. Costa di più del diesel fossile, ma permette di evitare sanzioni e penalità ambientali.
Nel settore aereo, il SAF è considerato l’“oro verde” della raffinazione. Le norme europee del pacchetto ReFuelEU Aviation impongono quote crescenti di carburanti sostenibili: dal 2% già in vigore, fino al 6% nel 2030 e al 70% nel 2050. L’offerta è insufficiente e i prezzi — fino a cinque volte il cherosene tradizionale — vengono assorbiti dalle compagnie e trasferiti sui biglietti. In questo contesto, produrre SAF significa avere sbocchi commerciali certi per decenni.
La bioraffineria di Priolo nasce proprio per sfruttare questa dinamica: flessibilità produttiva per spostare i volumi tra HVO e SAF a seconda dei margini di mercato, massimizzando la redditività della joint venture.
Il nodo delle materie prime: Africa come retrovia energetica
Dietro la sostenibilità dichiarata del progetto c’è una questione cruciale: l’approvvigionamento. Gli oli esausti europei non bastano e il mercato asiatico è instabile. Per questo Eni ha costruito una filiera alternativa in Africa.
In paesi come Kenya, Angola, Congo e Costa d’Avorio vengono coltivate specie non alimentari — ricino, croton, brassica — su terreni degradati, secondo un modello che l’azienda definisce “senza land grabbing”. Oltre 100.000 agricoltori locali sono coinvolti nella produzione di oli vegetali che vengono spremuti in loco e spediti via nave direttamente al porto di Priolo.
Questo sistema consente di controllare i costi, garantire la tracciabilità e ridurre l’esposizione alla volatilità dei mercati internazionali. Priolo, in questa visione, non è più solo un impianto industriale: è il terminale europeo di una filiera euro-africana dei biocarburanti.
La chimica circolare e l’addio al vecchio impianto Versalis
Il progetto della bioraffineria si intreccia con un’altra trasformazione profonda del sito: quella della chimica. Versalis ha avviato a Priolo la tecnologia Hoop basata sulla pirolisi dei rifiuti plastici non riciclabili meccanicamente. Il plasmix diventa olio di pirolisi, che rientra nel ciclo produttivo per la creazione di nuovi polimeri ad alte prestazioni.
Nasce così un polo che ambisce a chiudere due cerchi: decarbonizzare i trasporti con i biocarburanti e decarbonizzare la plastica con il riciclo chimico. Una riconversione radicale che trasforma il volto industriale di Priolo e la proietta tra i siti più avanzati d’Europa.
Occupazione e indotto: la faglia aperta
Se il progetto è accolto positivamente dalle istituzioni — il MIMIT parla di rilancio senza dismissioni — il fronte sociale resta il più fragile. La promessa di continuità occupazionale riguarda soprattutto il perimetro diretto degli impianti. Ma l’indotto racconta un’altra storia.
Secondo la FIOM, la transizione in corso avrebbe già prodotto la perdita di circa 600 posti di lavoro tra officine meccaniche, manutenzione e servizi legati alla raffinazione tradizionale. Una “reazione a catena di dismissioni”, denunciano i sindacati, mascherata da riconversione green.
Le aziende dell’indotto dovranno adattarsi a tecnologie diverse, più vicine alla chimica e alla gestione dei bio-input che ai grandi impianti termici del passato. Senza un piano chiaro di tempi, perimetri e formazione, il rischio è che la nuova Priolo sia più efficiente, ma più piccola dal punto di vista occupazionale.
Il verdetto provvisorio
La bioraffineria di Priolo non è solo un impianto industriale: è una scelta di politica energetica e industriale. Ha solide basi economiche, grazie a mercati regolati e incentivi pubblici. Ha una filiera strutturata, che dall’Africa arriva fino alla pompa. Ha una logica industriale coerente con la decarbonizzazione europea.
Ma il suo successo non si misurerà solo in tonnellate di HVO o SAF prodotte. Si misurerà nella capacità di tenere insieme transizione energetica e coesione sociale, innovazione e lavoro. È su questa faglia che si giocherà la vera partita di Priolo.






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