Antonio Perna
Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet
Da giorni si leggono reazioni scandalizzate per la presenza del nome di Noam Chomsky tra quelli che compaiono negli “Epstein files”.
“Com’è possibile?” ci si chiede. “L’uomo che ci ha insegnato a smascherare il potere era così vicino al potere stesso?”
Subito dopo arriva la formula rassicurante: “salviamo l’opera, non l’autore”, oppure “fai ciò che dico, non fare ciò che faccio”. Una gestione del danno che evita accuratamente di mettere in discussione la cornice mentale dentro cui lo scandalo prende forma.
Ma il punto non è la fotografia, né il tavolo a cui si è seduto qualcuno. Il punto è lo sgomento. Perché quell’immagine viene vissuta come un tradimento?
La risposta dice molto più della notizia stessa. Rivela una visione del mondo profondamente manichea: da una parte i critici del potere, dall’altra i corrotti; da una parte i buoni, dall’altra i cattivi. Una visione comoda, identitaria, moralmente rassicurante. Ti permette di sapere dove collocarti. Ti offre una mappa semplice in un mondo complicato.
Il problema è che la realtà non funziona così.
Intellettuali, finanzieri, politici, accademici, attivisti condividono spazi, reti, ambienti. Il mondo delle élite — culturali, economiche, mediatiche — è intrecciato. Le relazioni non sono compartimenti stagni. Le persone non vivono in universi paralleli separati da muri morali. Il potere non è un blocco compatto, mitologico, esterno a “noi”: è una rete di relazioni dentro cui quasi tutti, in forme diverse, siamo immersi.
Se questo appare scandaloso, forse è perché per anni si è alimentata un’idea pedagogica del potere: una narrazione che divide il mondo in oppressori e oppressi in modo moralisticamente netto. Una narrazione efficace per mobilitare, per creare identità, per costruire consenso culturale. Ma anche una narrazione che produce aspettative di purezza.
Ed è qui che entra in gioco l’egemonia culturale.
Ogni egemonia non impone solo idee: impone categorie emotive. Stabilisce ciò che è accettabile provare, ciò che è scandaloso, ciò che è impensabile. Se per decenni si è interiorizzata l’idea che il critico del sistema sia ontologicamente esterno al sistema, allora la semplice contiguità diventa un tradimento. Non un fatto da valutare, ma una colpa simbolica.
Paradossalmente, lo sgomento di oggi è figlio della stessa cultura critica che pretendeva di smascherare il sistema. Semplificando il mondo per renderlo moralmente leggibile, ha finito per costruire una mitologia della coerenza assoluta. Ma la purezza in politica e nella vita pubblica non esiste. Non è mai esistita.
Questo non significa assolvere comportamenti discutibili né relativizzare responsabilità. Significa però riconoscere che la categoria del “tradimento” presuppone un mito: l’idea che esistano soggetti completamente fuori dalle dinamiche che denunciano.
Nessuno è fuori dal mondo che critica.
La visione manichea rassicura perché elimina l’ambiguità. Ma l’ambiguità è la sostanza della realtà. Le persone possono produrre analisi lucidissime e al tempo stesso muoversi in ambienti opachi. Possono criticare strutture di potere e interagire con esse. Possono essere, simultaneamente, parte del problema e parte della sua comprensione.
Il vero scandalo, allora, non è che due figure molto diverse possano sedere una accanto all’altra. Il vero scandalo è aver costruito una cultura incapace di tollerare la complessità senza sentirsi moralmente destabilizzata.
Non tutto è nero. Non tutto è bianco.
E forse la maturità culturale comincia proprio quando si accetta che il grigio non è una resa etica, ma una presa d’atto della realtà.
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