Carmine Mancuso
Ex poliziotto e politico. Figlio di Lenin.
Venuti meno i grandi boss che hanno egemonizzato, dagli anni Settanta in poi, le attività criminali — da Totò Riina a Bernardo Provenzano, fino a Matteo Messina Denaro — ci si chiede oggi quale sia il vero volto della mafia contemporanea.
Cosa nostra raggiunse il suo apice più nefasto con le stragi del 1992, diventando al tempo stesso il perfetto capro espiatorio per coprire i veri strateghi di un più ampio disegno eversivo. Un disegno che, secondo alcune letture, affonderebbe le sue radici già nella strage di Portella della Ginestra e che avrebbe avuto l’obiettivo di impedire un cambiamento della rotta politica italiana nel dopoguerra, in un contesto internazionale segnato dagli equilibri voluti dagli Stati Uniti.
Alcuni elementi alimentano ancora oggi dubbi e interrogativi. Tra questi, la mancata perquisizione del covo di Riina — che avrebbe potuto contenere documenti compromettenti — e la misteriosa scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino. Chi la prelevò? E perché? Domande rimaste senza risposte definitive, che continuano a suggerire l’ipotesi di una regia superiore, difficilmente attribuibile ai soli ambienti mafiosi, e abilmente schermata attraverso il riferimento ai cosiddetti “mandanti occulti”.
A fronte di tutto ciò, il bilancio dei patrimoni mafiosi confiscati appare, per molti, ancora insufficiente. Anche questo è stato letto, da alcuni osservatori, come possibile effetto di compromessi mai del tutto chiariti, come la cosiddetta “trattativa”.
Ma allora, qual è oggi la struttura della nuova mafia?
Sono forse i piccoli boss, diventati ras di quartiere, a dominare la scena? Figure interessate soprattutto allo spaccio di stupefacenti, alle estorsioni, al controllo del territorio e al gioco d’azzardo clandestino? Oppure il vero potere si è spostato altrove, su livelli più sofisticati e meno visibili?
Secondo Europol, il contrasto al riciclaggio di denaro è diventato sempre più complesso: si stima che ogni anno vengano riciclati circa duemila miliardi di dollari, pari a circa il 3% del PIL mondiale. Una cifra enorme, che suggerisce l’esistenza di reti finanziarie internazionali ben più articolate rispetto alla criminalità tradizionale.
I nuovi protagonisti potrebbero essere dunque facilitatori finanziari, professionisti in grado di gestire transazioni offshore, paradisi fiscali, criptovalute e piattaforme digitali. Esperti di cybercrime, capaci di muoversi tra intelligenza artificiale, anonimato online e sistemi di trading opachi.
In questo scenario, dominato dall’alta tecnologia e dall’innovazione, il confine tra mondo reale e virtuale si assottiglia sempre più. E con esso svaniscono anche le immagini che per decenni hanno definito l’immaginario mafioso: i volti segnati dei boss, i pizzini, la violenza esplicita.
Quel modello sembra ormai superato, o quantomeno trasformato.
Il futuro — che in realtà è già presente — sembra essere quello di una mafia transnazionale, silenziosa, integrata nei circuiti finanziari globali. Una mafia che non ha più bisogno di sparare per esercitare il proprio potere, ma che agisce attraverso flussi di denaro invisibili, account anonimi e tecnologie sempre più sofisticate.
In questo contesto, la figura del “capo dei capi” o del grande latitante rischia di diventare un retaggio del passato, quasi folkloristico. E forse anche la speranza di una vittoria definitiva appare oggi più complessa, meno epica e più sfuggente di quanto siamo stati abituati a immaginare.
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